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Vabbè, la geografia non serve a niente. A cosa diavolo dovrebbe servire la geografia? Tanto, se devi andare, chessò, a Bratislava, ti prendi un biglietto Ryanair, sali sull’aereo a Orio e, un’ora dopo, sei a Bratislava: si fotta la geografia!

E la storia, allora? Cosa mi cambia sapere se Ottaviano era figlio, nipote, amico, liberto o semplice conoscente di Marco Antonio? Se devo fare bella figura con la tipa, mi basta esibire il nuovo smartphone che fa le foto in odorama, così si capisce se sono al cesso oppure in sauna: sai che mi frega di Ottaviano!

Per non parlare della letteratura: per sapere cosa ha scritto Jane Austen o fare i post ispirati su Facebook, citando la Merini, mi basta Wikipedia. Mica vorrete che mi faccia le seghe mentali sulla luna e le stelle come Leopardi? In fondo, la solfa è sempre quella: piove ma nel mio cuore c’è il sole perché mi ami; piove e anche nel mio cuore piove perché non mi ami; c’è il sole e anche nel mio cuore c’è il sole perché mi ami; c’è il sole ma nel mio cuore piove perché stai con un altro. E anche la letteratura è bella e sistemata.

Meno male che sono nato nell’epoca giusta: pensa se fossi nato nel 1905! Avrei avuto diciotto anni nel 1923: a capo della pubblica istruzione avrei trovato quel barbisone palloso di Giovanni Gentile. Lui e la sua riforma del menga. Mi sarebbe toccato fare la maturità con tutte le materie: un mazzo così, tra anticaglie assortite, citazioni greche e latine, studio a testa bassa. Niente canne, niente moto, niente topa. Pensa che razza di vita!

Per fortuna, io i diciotto anni ce li ho adesso: e a Roma, al ministero, siede quel fenomeno di Bossetti. Lui sì che ha capito come gira la ruota: alternanza scuola/lavoro, che per un liceale sa di immane gabola, nello studio di qualche amico dei miei, architetto o imprenditore, a giocare con l’Ipad per un paio di settimane. Prove Invalsi, alè hop: dei test per ritardati mentali, che basta sapere il giochetto per fingere di essere Einstein. Alla fine, mal che vada, ti aiutano i tuoi insegnanti, per evitare figure del menga.

E, se Dio vuole, basta con quei temi da incubo: Cesare Pavese, la Destra storica, Dante, la questione romana. Aria, aria: un bel saggio breve, che è una cosa talmente scema che perfino io ho capito che è una cazzata. O scrivi un saggio, che è lungo, oppure scrivi un articolo, che è breve. Il saggio breve è una goduria: scrivi quattro palle, citi i documenti che ti danno loro, metti qualche numerino qua e là, tipo paragrafi, ed è fatta. Niente analisi del testo, niente tema storico, niente attualità. Niente: solo le solite quattro belinate che ti rifrullano dalla prima media. E, poi, libero!

Mi piace di brutto questa scuola del 2018: fatta su misura per me. Professori che non sanno nemmeno su che pianeta si trovano e hanno talmente paura di dire qualche boiata che balbettano e sudano come bestie: vi confesso che un po’ mi fanno pena, quando passano gli intervalli, impalati come stoccafissi, nel corridoio, per vedere che non ci facciamo male. E noi, intanto, mangiamo, beviamo e ci facciamo due risate sulla loro musta.

Mi piace questo bel casino indeterminato, senza capo né coda: ci sguazzo. Sembra di essere in un pub affollato.

Lo so che qualcuno mi dirà: ma la cultura nella vita serve sempre. A cosa servirebbe, madamini? Con la cultura non si mangia: e io voglio mangiare, tanto e bene. Minchia: abbiamo un ministro che crede che esista un traforo del Brennero, un Corriere della Sera che confonde i BTP e i BOT, un Papa che confonde profughi e clandestini.

Cosa me ne faccio della cultura? Mica voglio finire a fare il ricercatore a 1.300 euro al mese: ho grandi programmi, io! Così, applaudo a questa nuova trovata dei temi senza storia e letteratura: applaudo alla grande, seduto sul divano, coi popcorn e l’acqua della Ferragni.

Quella sì che ha capito tutto: altro che Leopardi!


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