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Agli inizi di marzo, mentre l’epidemia cominciava a diffondersi nel nostro Paese, in 22 penitenziari si sono verificate violente ribellioni. Molti non sanno che il governo, per far fronte ai danni causati alle strutture carcerarie, ha dovuto stanziare 20 milioni di euro, fondi ulteriori per la polizia penitenziaria e semplificazione per la detenzione domiciliare tramite l’utilizzo di braccialetti elettronici.

Ci sono stati anche decine di feriti e tredici morti di detenuti per overdose, in seguito al metadone ingerito dopo l’assalto alle farmacie carcerarie.

Il dibattito sulle detenzioni si è riaperto. Secondo Nino Di Matteo, magistrato antimafia e membro del Consiglio superiore della magistratura “il diritto alla salute è importante, ma non possiamo tollerare quello che sta accadendo con le scarcerazioni in corso: un indulto mascherato, una vera e propria resa dello Stato”.

Tutti in questo momento critico per il nostro Paese si stanno chiedendo cosa stia accadendo all’interno delle carceri. Pochi giorni fa, a Bologna, un detenuto è morto per il Covid 19, ed è subito scattata l’emergenza. Mettiamo in luce che ai primi giorni di marzo è stato firmato un decreto per favorire le scarcerazioni e gli arresti domiciliari. In futuro, in seguito ad altre proposte, potrebbero uscire di cella anche detenuti che devono scontare ancora fino a 3/4 anni di carcere. Un provvedimento preso a pochi giorni dalle rivolte, potrebbe apparire un facile cedimento dello Stato. Si ipotizza che dietro a tali proteste, che hanno coinvolto 22 strutture carcerarie, ci siano organizzazioni malavitose in contatto con molti detenuti.

È lo stesso Di Matteo a evidenziare che la strada per tutelare la salute dei detenuti, e degli agenti di polizia penitenziaria, non sia la scarcerazione. Si discute da parecchi anni sul sovraffollamento delle carceri, ma non si percorre la strada più semplice, che consisterebbe nella costruzione di altre carceri. Attualmente esistono strutture e padiglioni inutilizzati, che potrebbero fungere da luoghi di isolamento per i detenuti contagiati da Covid 19. Prima di scarcerare detenuti, di alta pericolosità sociale, forse si potrebbero ristrutturare tante caserme dismesse.

L’attenzione del magistrato antimafia Di Matteo, pone l’accento sul meccanismo del cosiddetto “scioglimento del cumulo”, che potrebbe vedere presto liberi condannati per mafia, stupro e altri reati gravi. È lo stesso magistrato a parlare di un “indulto mascherato”, poiché il decreto rende possibile la scarcerazione di migliaia di detenuti, senza permettere al magistrato di sorveglianza un’adeguata istruttoria su chi viene scarcerato. In pratica non è possibile valutare se esiste un pericolo di fuga o reiterazione del reato. Ecco spiegata la definizione di “indulto mascherato” ma l’indulto è una decisione dei politici che se ne assumono la responsabilità, mentre questo decreto scarica formalmente la responsabilità ai magistrati di sorveglianza, che però non possono decidere niente in totale sicurezza data l’emergenza in atto.

La discussione sulle condizioni degli istituti penitenziari è sempre attuale, e riapre il dibattito sulla condizione dei detenuti, ai tempi dell’emergenza. I dati del ministero di Grazia e Giustizia parlano chiaro: esiste un problema di sovraffollamento carcerario. I nostri penitenziari hanno 49 mila posti disponibili ma ospitano più di 58 mila persone. Il sovraffollamento nelle carceri è la prima causa di conflitti. Le condizioni di vita nelle carceri italiane non aiutano il risentimento sociale.

Per tutte queste ragioni è stato necessario avviare un progetto per la produzione industriale di mascherine in tre carceri italiane: Milano Bollate, Salerno e Rebibbia. Progetto che è stato autorizzato dal Dipartimento dell’Amministrazione giudiziaria e dal Ministero della giustizia e che vedrà coinvolti 320 detenuti e 8 impianti automatizzati che, nell’arco di 15 giorni, produrranno 400 mascherine al giorno.

Il ministro alla Giustizia, Bonafede, sottolinea che i detenuti al lavoro saranno selezionati in base alle competenze personali e alle attitudini professionali maturate, verranno regolarmente contrattualizzati e retribuiti dall’Amministrazione penitenziaria. La produzione servirà a soddisfare principalmente il fabbisogno di dispositivi protettivi per il personale che opera negli istituti penitenziari di tutta Italia. L’abbondante parte residua sarà messa a disposizione della Protezione Civile, per fronteggiare l’emergenza sanitaria nelle strutture ospedaliere.


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