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Chissà quante volte avrete sentito ripetere quella immane scemenza della storia scritta dai vincitori?

E’ una balla colossale, e va a fare squadra con altre idiozie similari, che affollano i social network: capricci di Goya, finte citazioni di Voltaire, filastrocche di Brecht e così via, patacca dopo patacca.

La storia la scrivono gli uomini, che, di volta in volta, possono essere onesti o disonesti, stipendiati o avversati, geniali o cretini

se i vincitori pagano bene e trovano storici compiacenti ed affascinati dalla pecunia, allora, certamente, accade che la storia la scrivano i vincitori. E lasciatemi dire che, difficilmente, si tratta di buona storia.

Talvolta, però, accade che una storia addirittura pessima la scrivano i vinti e che, non si capisce bene per quale misteriosa alchimia, i vincitori ne rimangano fuori, del tutto silenziati

E’ il caso del terrorismo comunista degli anni di piombo, che, da un punto di vista storiografico, ha vissuto, l’altra sera, una delle sue pagine più imbarazzanti e, da un punto di vista civile, prima ancora che scientifico, vergognose.

Protagonista, Andrea Purgatori, giornalista de La7, che, inframmezzandoli di intermezzi scooteristici romani, in chiave Nanni Moretti, ci ha riproposto frammenti del DVD “Les Brigades Rouges”, prodotto in Francia da Mosco Levi Boucault, rinominando il tutto “Aldo Moro – storia di un delitto”.

Operazione, televisivamente, piuttosto decifrabile: dei DVD francesi, come del maiale, non si butta via niente e, in occasione del quarantesimo del sequestro Moro, questo materiale veniva giusto a fagiolo.

Quello che rivolta lo stomaco è, piuttosto, il taglio che si è voluto dare a questa operazione di collage

A cominciare dal titolo, in cui la parola storia, rispetto al contenuto del programma, suona come un rutto in chiesa: si è trattato di un soliloquio brigatista, senza il minimo contraddittorio e senza alcun tentativo di trasformare l’autoassoluzione apologetica di una banda di criminali assassini in ciò che è comunemente inteso con il termine “storia”, ovvero la raccolta di tutte le memorie per ricostruirne una, possibilmente onesta.

Questi signori, tutti quanti liberi da tempo dalle patrie galere, abbandonati i panni foschi e minacciosi del rivoluzionario irriducibile, adesso si intrattengono amabilmente con l’intervistatore, mentre guidano, mentre visitano i luoghi della propria infanzia, nel tinello di casa con i disegnini dei nipoti attaccati al frigo, ridacchiando e ricostruendo una delle pagine più infami e dolorose della nostra storia recente, come se parlassero degli scherzi sotto naja o dell’addio al celibato.

E sono degli spietati assassini: questo cerca di far dimenticare tutta la manfrina. Hanno ucciso a sangue freddo poliziotti, magistrati, carabinieri, guardie carcerarie, uomini politici: li hanno guardati cadere, hanno puntato la pistola alla loro testa, hanno premuto il grilletto.

Si sono lasciati dietro una scia di sangue e di lacrime, di vedove, di orfani: povera gente che non ha mai avuto una vera giustizia e che, soprattutto, non ha mai avuto voce.

Perché è soprattutto questa l’atroce ingiustizia di questa maniera strabica ed indecorosa di fare storia: dare la parola ai carnefici e dimenticarsi, scientemente, delle loro vittime

I morti, aldilà delle immagini, artatamente messe lì a dare l’idea della ‘geometrica potenza di fuoco’ di questi banditi, non hanno storia: nessuno mai ha chiesto ai loro congiunti cos’è stato per loro l’attacco al cuore dello Stato.

Che era anche un attacco al loro cuore: al loro povero cuore sanguinante.

Purgatori, con quella bella voce baritonale, che fa tanto “serio e onesto”, per quei morti non ha avuto neppure un pensiero: danni collaterali che, di fronte ad una rivoluzione, cosa volete che siano? Non fu Zinov’ev a dire che la socialistizzazione della Russia sarebbe dovuta costare almeno un paio di milioni di morti?

Ecco, la vera storia è esattamente il contrario di ciò che ieri sera ci ha propinato La7: è dare voce a chi non ce l’ha, a chi non ha padrini poderosi, protettori potenti

Come i poliziotti della celebre poesia di Pasolini, le vittime delle Brigate Rosse sono i proletari ammazzati mentre compiono il proprio dovere e si guadagnano il pane.

Per capire quegli anni e per farli capire ai giovani non basta un’analisi sociologica d’accatto, fatta da quattro assassini in pensione che non hanno mai azzeccato un’analisi in vita loro e che sono stati espunti perfino da quella classe operaia che pensavano di rappresentare: la storia è merda e sangue, amici miei.

La storia sono esseri umani, non figurine di un puzzle: la storia non può essere lasciata raccontare da incapaci o da faziosi, pena una trasmissione del virus

Che vuol dire rendere piacevole e affascinante quanto di peggio la nostra società sia riuscita a produrre nel secondo dopoguerra.

Non basta la cinica idea di fare ascolti di fronte a storie come questa: non si può scherzare su tutto, non è lecito dare il microfono a degli assassini e permettere loro di raccontare la loro storia di belve sconfitte, come se fosse la storia di una vittoria mancata. O, peggio, solo rimandata.


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