fbpx



Il flash mob organizzato dalla Fondazione Lepanto e i commenti delle vittime hanno fatto da ideali sigle di apertura e chiusura dell’incontro sugli abusi organizzato dal Vaticano.

Il primo evento, svoltosi nei giorni precedenti al summit in piazza Santi Apostoli a Roma (e che sarebbe più corretto chiamare “flash immob”, visto che i manifestanti si sono ritrovati secondo lo stile delle sentinelle: silenziosi, in piedi, pregando sottovoce, recitando il rosario o leggendo la Bibbia) aveva un carattere chiaramente e pregiudizialmente polemico: in sostanza, rimproverava alla Chiesa non il solo peccato degli abusi e della pedofilia, ma quello dell’omosessualità da cui, secondo l’associazione di Roberto de Mattei, entrambi gli altri derivano.

I commenti delle vittime sono invece il segno di una delusione spontanea, la lamentela per la mancanza di decisioni concrete, che si può tradurre nella battuta “solo chiacchiere, altre chiacchiere”.

In mezzo, c’è stata l’ininterrotta e assordante grancassa mediatica organizzata dal mainstream, coeso nel tessere il peana di Bergoglio: sono stati evidenziati il saluto breve e conciso del Papa, la presenza di giornalisti e donne, le best practice presentate… Qualunque elemento è stato utile ai mass media per evidenziare l’ennesimo atto rivoluzionario compiuto dal Santo Padre.

In questo iato tra il coro e le poche voci dissonanti c’è un po’ tutto il senso dell’attuale pontificato, al di là dell’evento specifico sugli abusi: su Francesco è quasi impossibile dare un giudizio equilibrato e oggettivo, tanto è assordante l’osanna che lo accompagna ad ogni passo.

Le distonie sono però sempre più frequenti e stentoree. Da un lato c’è chi si limita a riportare la cronaca di una Chiesa in disarmo quasi totale da più punti di vista, dall’altro chi carica i fatti con commenti ostili, ma in ambedue i casi la realtà è sotto gli occhi di tutti: luoghi di culto ridotti a sedi delle più svariate e strampalate iniziative, riduzione al lumicino della pratica religiosa, aumento oggettivo dei casi di scandalo (anche se magari interpretati come la prova di un complotto contro Bergoglio), incertezze e disparità nel giudizio degli stessi scandali (Filippo di Giacomo, “Tonache e abusi sessuali, stesso reato pena diversa”, Il Venerdì, 5 ottobre 2018), presunti accordi epocali e risolutivi ridimensionati nella loro portata (si tratti della Cina o della Penisola Arabica), il collasso strutturale e le ombre della gestione immobiliare (Andrea Gualtieri, “Grande svendita vaticana”, Il Venerdì, 30 novembre 2018), l’irrisolta ed ormai esiziale crisi delle vocazioni, la sostanziale mancanza di dibattito e di libertà di pensiero all’interno del corpo ecclesiale (Filippo di Giacomo, “Ma si può scrivere che in vaticano c’è un dittatore?”, Il Venerdì, 30 novembre 2018).

Come si vede, non stiamo citando da minoritari siti tradizionalisti, ma da grandi testate che, pur bergoglianissime, non vogliono né possono più oscurare lo stato dei fatti. Certo, la crisi e la secolarizzazione non colpiscono solo i cattolici, ma la confessione cristiana che ha dominato e condizionato gran parte del mondo negli ultimi duemila anni sembra avviata verso un mesto congedo, verso un destino minoritario e periferico, almeno nel cosiddetto Occidente.

Nulla di strano, anzi in qualche modo era già previsto nelle stesse Scritture, solo che il processo sarebbe meno ridicolo se non fosse accompagnato dagli “evviva!” e dagli “urrà!”.

Con un erede di Pietro che, tanto per gradire, dichiara di preferire gli atei.


Le opinioni dei lettori

Rispondi

La tua email non sarà pubblicata. * Campi obbligatori




ElecTO Radio

Current track
TITLE
ARTIST