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Dev’esserci per forza un virus che alligna tra i corridoi e le aule del nostro Parlamento: un subdolo morbo, che si diffonde capillarmente, senza preavviso, di incerta eziologia e asintomatico fino all’ultimo, che colpisce i nostri deputati e i nostri senatori.

Forse, si diffonde per contatto: tra strette di mano più o meno ammiccanti e leccatine di culo più o meno plateali, alla buvette o in Transatlantico.

Può essere che, invece, si trasmetta in trattorie e ristoranti del centro di Roma, dove, fra i bucatini e l’abbacchio, i nostri politici limonano duro (metaforicamente parlando), sbattendosene di schieramenti e ideologie. Oppure, viaggia sugli smartphone, cui i predetti rappresentanti del popolo paiono saldamente ancorati h24: tra un saluto ed un pettegolezzo, il morbo dilaga e non risparmia nessuno.

Fatto sta che tutti o quasi i politicanti che gli Italiani mandano in Parlamento, dopo un po’, assumono toni, accenti, comportamenti identici: sembrano tutti romani, insomma. Gli spigoli si smorzano, le cose si aggiustano, gli accordi si trovano, come nella tenda del Sultano. Sia che partano dalla Lucania, carichi di speranze, sia che calino dalla Padania, per vendicare Vercingetorige, dopo un breve apprendistato, i nostri eroi si ritrovano tutti a comprare giacche e cravatte nei medesimi negozi, a salire sugli stessi taxi, a masticare le stesse pietanze.

E, soprattutto, a fare la stessa politica. La stessa maledetta politica, verrebbe da dire. Ne ho visti a centinaia, negli, ahimè, lunghi decenni nei quali ho cercato di commentare le grazie e, soprattutto, le disgrazie della nostra povera Patria: gentiluomini di campagna e ruspanti difensori dei dialetti, intellettuali senza macchia e militanti duri e puri. Ho visto tante facce, scoperto tanti nomi, ascoltato tanti discorsi, tra una birra e un Armagnac: tutti diversi, ognuno convinto di portare una ventata di novità, nella fetida palude capitolina. Poi, una volta indossato il laticlavio e postate le chiappe sullo scranno, ecco la centrifuga: venivano omogenizzati, frullati, amalgamati.

Li vedevo e non li riconoscevo: parlavano a base di congiuntivi e di condizionali. Erano passati dalla lotta per il cambiamento alla fiera del periodo ipotetico. Si comportavano tutti come Giolitti, dopo aver pontificato per anni come D’Annunzio: assistevo basito alle loro capriole e non capivo, quasi non ci credevo.

Poi, mi sono detto: dev’esserci il virus, il fottuto virus, altrimenti non si spiega. E il virus c’è, amici cari: si chiama contiguità con un potere marcio. Un potere che ti vellica e ti accarezza: che, un passettino alla volta, ti trascina verso l’inferno, allontanandoti dalla realtà.

De Andrè si sbagliava: non è vero che non ci sono poteri buoni. Senza potere, non si può fare nulla, né di buono né di cattivo: sta a noi usare il potere altruisticamente, per il bene della nostra gente. Un potere usato umilmente, se mi si passa il paradosso. Ma il potere, qui da noi, non permette di essere umili, non ti lascia coi piedi per terra: a Roma tutto appare sfuocato, relativo, ambiguo.

E tu ti senti figo: parli con quelli importanti che ti trattano alla pari. Ergo, anche tu sei uno importante, cazzo! Ed è finita. Fai i selfie con un ministro, sul giornaletto della tua città descrivono le tue imprese, le Iene ti domandano in che anno è morto Garibaldi: e tu ti senti figo. Non dire di no: ti senti figo, non ci si può fare nulla. Mi sentirei figo anch’io, probabilmente. Ecco, questo è il virus: diventi anche tu un malato cronico. E i selfie, le marchette, le interviste, diventano indispensabili: da ragazzo di campagna, sei diventato un malato di città. E di chi ti ha mandato lì, poco a poco, sfumano i volti, si rarefanno i bisogni: diventano soltanto lo strumento per rimanere lì, dove tutto è bello, facile, remunerativo.

Il virus funziona così. Parti protestando contro Roma ladrona e finisci col regalarle dodici miliardi. Ma non sei tu: è il virus.


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