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Il Ministro Erika Stefani ha convocato gli “Stati generali della Montagna”: il Monte entra finalmente nella agenda della politica?
Ma in sintesi quale é il nocciolo del problema?

Nel lontano ’94 ne discutevo a Torre Pellice con Gustavo Malan, firmatario della Carta di Chivasso, eterodosso in una valle eterodossa e mi raccomandava di lavorare ad un “patto di sindacato”, così lo chiamò, tra montagna e pianura perché “altre vie non ci sono”.

Non se ne è fatto nulla, le regole di un “mercato” che ha orizzonti immediati e una politica che li pone non oltre le elezioni prossime, hanno portato ad accentuare un rapporto finalizzato ad arraffare quanto di redditizio quassù è rimasto.

La forza lavoro è stata presa negli anni ‘50, ora rimangono ambiente, dislivelli, risorse rinnovabili. È evidente il “colonialismo interno” nei confronti delle Alpi.

Parlo solo delle Alpi perché qui ci sono ancora risorse e si può raschiare il fondo del barile.
Quassù c’è acqua e ci sono dislivelli che la rendono preziosa, ci sono boschi che, oltre al legname, tra poco saranno “piazzabili” come riserve di carbonio, poi c’è la necessità di avere un parco giochi per masse alienate.

Se negli anni ’50 si sono fatte fallire sui monti migliaia di aziende trasformando in operai quelli che erano imprenditori senza problemi (il bilancio economico rimane da fare), ora le cose sono state organizzate meglio.

Sono implose le istituzioni locali, le Comunità Montane sostituite da improbabili “mostriciattoli organizzativi”, i piccoli comuni sotto attacco, cooptati nelle valli “nativi” a cui far luccicare un conato di carriera politica in cambio di un atteggiamento “collaborazionista”. Ma sopratutto si è messo in un cassetto la legge della montagna, la n° 97 del ’94 che all’art. 1 parla di “insopprimibili esigenze di vita civile delle popolazioni residenti”.
Quella legge poneva al centro delle politiche montane l’uomo che le abita, ora al centro c’é l’ambiente, il montanaro é d’impaccio.

Quello che però “marca” l’approccio coloniale è l’atteggiamento ecumenico nei confronti delle Alpi da parte della politica.

In pianura i partiti confliggono anche in modo duro, così non è quassù, che sia una parte o l’altra a gestire il potere, per il Monte, per le Colonie, non cambia nulla.

La parola “Montagna” non si è sentita prima in campagna elettorale e fino ad ora era la grande assente.

Qualcosa possono ancora arraffare quassù, ma a breve termine si accorgeranno che l’anello debole è la Metropoli: il modello organizzativo basato sull’urbanizzazione che arriva dalla prima industrializzazione denuncia limiti evidenti e allora il patto di sindacato di cui parlava Gustavo dovrà essere messo sul tavolo, “altre vie non ci sono”.

Questione antica, nel 1902 l’on. Luchino Dal Verme diceva che “in Italia non è solo questione di Nord o di Sud, ma di Monte e di Piano” .


Le opinioni dei lettori
  1. Antonio   On   13 ottobre 2018 at 16:03

    Bravo Mariano. Sempre profiondo. Purtroppo non so se gli interlocutori sono in Buona fede. Forse come quell’onorevole ad un convegno Sulla montagna annoiato commentava sotto voce con il suo assistente. ‘co aspetu a moeri sti quat vej”

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