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E qualcosa rimane, tra le pagine chiare e le pagine scure: ma non rimane un bel niente di quello che la scuola si prefigge di inculcare nelle plastiche menti dei nostri giovani.

Bombardarli di iniziative sulla Shoah, sulla Resistenza, sulla violenza di genere, con proiezioni, dibattiti, sermoncini e pipponi assortiti è operazione che ottiene il risultato opposto, rispetto alle intenzioni educative degli estensori: i ragazzi reagiscono sbadigliando ed accettando fatalisticamente questi conati pedagogici, come ci si rassegna alla nebbia in val Padana o all’ineluttabile verifica di matematica di fine quadrimestre.

Non gliene frega niente di Schindler e della sua lista, della ragazzina che ruba i libri, di Pilar che scappa dal marito violento con la banana di riporto. Nulla, zero al quoto. Perché non puoi fare un deserto, chiamarlo pace e, per soprammercato, sperare che ci fioriscano gli albicocchi.

Ai nostri giovani non importa nulla di queste cose, perché percepiscono, istintivamente, che, pur nella loro drammatica verità, esse fanno parte di un piano che di vero non ha nulla: una specie di enorme truffa educativa ai loro danni. E non importa loro nulla di Schindler o di Pilar non perché siano tutti potenziali antisemiti o stupratori, ma perché ne hanno piene le tasche di chi, con la lotta all’antisemitismo o alla violenza contro le donne maschera un vuoto pneumatico di valori reali, positivi, concreti.

Questa scuola ha fallito: ha completamente e definitivamente abdicato dal suo ruolo principale, che è quello di formare uomini. Coi suoi sistemi, con le sue omelie, con la sua retorica miseranda, al massimo, può mirare a formare automi, lavoratori, esecutori di comandi: un uomo è un’altra cosa. L’uomo si forma con gli esempi, non con le chiacchiere: deriva da altri uomini, non da ominicchi e quaquaraquà.

Per questo, gli studenti dell’anno zero non fanno differenza tra lo sbadiglio davanti alla lezione di biologia e quello davanti ai massacri nazisti: perché non si fidano più della fonte da cui il messaggio proviene. Non credono più nella scuola.

E perché mai dovrebbero fidarsi?

Facciamo un esempio: ovunque si possono vedere lamentosi articoli, allarmati servizi, in cui si lamenta il fatto che gli Italiani, e massime i giovani, non leggono i libri. Mancano in loro la curiosità e l’amore per la lettura. E la scuola cosa fa? Massacra il gusto e le aspettative dell’implume futuro lettore, facendogli credere che un capolavoro della letteratura vada analizzato, catalogato secondo i rinsecchiti criteri della (Dio, perdonami!) narratologia: testo descrittivo, narrativo, sequenza dialogica, fabula, intreccio. E come si può pensare che l’ammessa e non concessa voglia di leggere un romanzo sopravviva a questa ordalia?

La scuola i libri te li fa odiare: ti toglie la voglia di prendere in mano un romanzo e sfogliarne le pagine. Perché questa scuola diseduca alla cultura: trasforma la bellezza e l’arte in un esercizio di ragioneria. E’ la scuola degli apparatchnik, dell’uomo cellula sovietico. Andrebbe rasa al suolo, per ricostruirne una libera, allegra, felice: una scuola in cui si potesse godere delle infinite meraviglie che l’uomo ha saputo creare e non in cui ci si dovesse soltanto flagellare per il male che l’uomo riesce a fare a sé e agli altri.

Già so la vostra domanda: e come la costruiresti questa scuola meravigliosa, furbacchione? Affidandone l’edificazione alle tante persone capaci ed esperte, sensate e laboriose, che già ci sono e che il mondo della scuola emargina ed avvilisce: quelle che non diventeranno mai dirigenti, perché non sono mosse da ambizioni gerarchiche, che non proporranno mai progetti contro la violenza, perché insegnano ad essere pacifici tutti i giorni, con il loro esempio, con la loro affettuosa tolleranza, con il loro rispetto delle regole. Delle regole: non dei regolamenti.

E’ questo uno degli enormi equivoci di questa scuola fallita: credere che i regolamenti possano sostituire le regole. Un po’ come pensare che ragazzi mai educati a scegliere e a decidere possano cogliere la differenza che intercorre tra la Shoah e una partita di football.

Credetemi, siamo arrivati ad un punto di non ritorno: o ci si decide a buttare a mare tutte le stupidaggini di derivazione sessantottesca, che hanno demolito, poco a poco, la scuola, dai decreti delegati alla didattica per obbiettivi, oppure ci avviamo verso la catastrofe.

Catastrofe vera: perché una generazione che non ha desideri e passioni, ma solo pulsioni e hobbies, non potrà mai scrivere la storia di questo Paese. Tutt’al più ne scriverà il necrologio.


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