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I sogni aiutano a vivere? Senza scendere a livello di marzullate, in Valle d’Aosta i sogni possono aiutare nel lunghissimo cammino verso un’indipendenza la cui bandiera qualcuno ha ricominciato a sventolare. “Siamo utopisti”, ammettono con orgoglio. E di fronte alla distopia che ci prospettano il lìder minimo ed i dittatorelli, l’utopia diventa l’unica speranza in cui rifugiarsi.

Poi, però, arrivano i ludi cartacei e bisogna confrontarsi con la realtà. Che ha più facce, ma quasi tutte negative, in questa fase storica. L’indipendenza è ben più di un sogno in Catalogna, però non si realizza per l’opposizione non solo di Madrid ma dei burocrati europei e di quei politici continentali che tanto piacciono proprio ai sostenitori dell’indipendenza. È più facile in Scozia, è solo un sogno privo di realtà in Bretagna. Si è realizzato nell’ex Jugoslavia, ma a prezzo di una guerra estremamente sanguinosa. Non è certo il caso della Valle d’Aosta.

Che deve fare i conti, innanzitutto, con lo scetticismo di molti valdostani, indigeni o d’importazione. E con la cecità (per essere gentili) di indipendentisti che non si sono accorti che ormai l’etnia più numerosa in Valle non è quella valdostana.

Il sogno può sconfiggere lo scetticismo? Certo, ma occorrerebbe poter contare su una classe dirigente. Non migliore, semplicemente esistente. Una classe dirigente è qualcosa di molto diverso da “un uomo solo al comando” poiché le nuove sfide – a maggior ragione se si sogna l’indipendenza – richiedono competenze di alto livello in ogni settore. E non ci sono, perché in questo ambito i sogni non bastano.

Le prime richieste degli indipendentisti sono ragionevoli, a partire dalla Zona franca. Però è infantile credere che venga concessa solo perché è un diritto previsto in Costituzione. In Italia, ed è con l’Italia che bisogna trattare, i diritti sono una cosa, l’applicazione è tutt’altra cosa. E per trattare occorre averne la forza, oltre che la capacità. Non è più il tempo delle bombe sudtirolesi, serve un accordo con i partiti italiani. Quelli che vengono trattati con disprezzo, con sufficienza.

La Zona franca è sufficiente per rendere economicamente sostenibile l’indipendenza? No. Può essere utile, anche fondamentale, per attrarre investimenti, per favorire iniziative a partire dal turismo. Ma se il turismo resta lontano dai livelli trentini e sudtirolesi non è a causa della mancanza della Zona franca che non c’è neppure nel Nord Est. È colpa della miopia di operatori che hanno puntato sul turismo di rapina, prezzi folli in cambio di servizi modesti.

Ma se si vuole l’indipendenza occorrerebbe anche andare oltre l’idea di una Valle trasformata in costosissimo parco giochi. Ed è qui che emerge la mancanza di classe dirigente. Dopo tutte le chiacchiere sulla fuga permanente dalle città per star lontani da crescenti tensioni, disperazione, povertà e malattie, non si è fatto assolutamente nulla per attrarre le classi dirigenti che rifiutano l’ambiente urbano. Mentre cresce in modo esponenziale la ricerca di case con giardino, con terrazze. Un’occasione rifiutata, più che persa.


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