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Ottant’anni fa, il 10 giugno del 1940, l’Italia entrava in guerra.

Si tratta di un avvenimento che è stato catalogato dalla maggior parte degli storici come il tentativo di Mussolini di affiancare la Germania hitleriana, in un conflitto che sembrava vinto e in via di conclusione, allo scopo di sedersi al tavolo dei trionfatori.

Facile pensarla così! Un modo di vedere le cose a posteriori al quale si accoda anche la maggior parte di quei nostalgici fuori tempo massimo che sono convinti che “il Fascismo ha fatto un solo errore: quello di entrare in guerra al fianco di Hitler”.

Ma le cose sono andate davvero così? Il Duce era solo un opportunista che temporeggiò oltre nove mesi prima di decidere di “correre alle armi”?

In controtendenza alla vulgata storica dei vincitori, sul numero di giugno de “Il Primato Nazionale” attualmente in edicola (SCA2080 srl Editore, 5,80€) è stato inserito un dossier, significativamente intitolato “Quando l’Italia tentò di essere grande”.

Innanzitutto Emanuele Mastrangelo prova ad analizzare i veri motivi che spinsero Mussolini a quel passo. La competizione tra Italia e Gran Bretagna, che risaliva alla Guerra di Etiopia, rimaneva costantemente in bilico tra scontri implacabili e tentativi di conciliazione diplomatica. L’autore basa questa sua lettura sullo scomparso carteggio tra Churchill e Mussolini di cui si sono perse le tracce me che ormai viene riconosciuto reale dalla maggior parte degli storici.

Adriano Scianca si occupa poi dei reali obiettivi dell’Italia Fascista, tesa a conquistarsi uno spazio di influenza geopolitica oltre il Mediterraneo in direzione del Mar Rosso, del Corno d’Africa e dell’Oceano Indiano. Il tentativo di una nazione assediata dalle “inique sanzioni” che cercava una via d’uscita dall’accerchiamento internazionale che giustifica le trattative diplomatiche avviate fin dagli anni trenta con le organizzazioni, arabe e no, che lottavano per liberarsi dal giogo imperialista dell’Inghilterra. Note sono le simpatie che, in quest’ottica, lo stesso Mahatma Gandhi espresse nei confronti del capo del Fascismo.

Un ultimo articolo di Andrea Lombardi ribalta l’interpretazione secondo la quale Mussolini si fece menare per il naso dai vertici dell’esercito convincendosi di avere a disposizione i famosi “otto milioni di baionette”. L’accusa viene rivolta agli stati maggiori dell’epoca che erano assolutamente impreparati all’evoluzione delle tattiche e delle strategie da impiegare in un conflitto che si dimostrò totalmente diverso da quello del ’14-’18. Un esempio per tutti: Pietro Badoglio, che ricopriva la carica di Capo di Stato Maggiore dell’Esercito fin dal 1936, e che fu poi l’artefice dell’armistizio che porta il suo nome, era lo stesso Pietro Badoglio responsabile, per la sua inettitudine, della disfatta di Caporetto del 1917.

Non mancano, nello stesso numero della rivista, altri interventi sull’attualità politica e culturale, nonchè alcuni interessanti approfondimenti dovuti alla penna di noti commentatori quali Alessandro Meluzzi, Vittorio Sgarbi e Diego Fusaro.


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