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Un inaspettato Virus interroga il modello di sviluppo “liberal” nato a fine ‘700, figlio di una ipotesi organizzativa che ha portato all’inurbamento e, dopo i due immani conflitti del “secolo breve”, a una globalizzazione che pareva inarrestabile.

Adam Smith nel suo “La ricchezza delle Nazioni” del 1776, scriveva che ogni uomo “deve essere lasciato assolutamente libero di perseguire il suo proprio interesse come gli conviene e di mettere il suo lavoro, il suo capitale in concorrenza con quelli di ogni altro uomo o di ogni altra classe di uomini”.

Dichiarazione che, di fatto, è il manifesto del liberalismo che dal dopoguerra ha coinvolto le componenti tutte della Società e ha innescato i processi di globalizzazione che, con effetto domino, hanno messo in discussione tutto quanto.

Alla Società si chiedeva di proteggere innanzitutto la libertà individuale intesa come valore massimo, d’altro canto, negli anni ’80 del secolo scorso un filone della filosofia morale e politica anglosassone ha proposto una rilettura del concetto di Comunitarismo inteso, però, non come alternativa all’approccio liberal, perché la vera alternativa storica ad esso è stato il socialismo.

Ad una società ove vi è un “puro coesistere di persone indipendenti l’una dall’altra” in cui le relazioni sono essenzialmente contrattuali, si contrappone “un modo di sentire comune e reciproco”[1].

La contrapposizione non la intendo come una alternativa, ma come posizione polemica, come analisi critica finalizzata a innescare azioni correttive alla “cattiva modernità che oggi impera in occidente”.

Nel Nord Italia questa cattiva modernità nel dopoguerra ha drenato le genti dalle Alpi, le ha poi abbandonate per cinquant’anni e ora guarda alle Alte Terre per prelevare le risorse ancora presenti quassù.

Un gioco ora sparigliato dall’arrivo di un Virus che ha messo in evidenza la fragilità di una ipotesi e che ora interroga l’Occidente su più piani, uno sicuramente è il rapporto tra Città e Contado, tra Pianura e Alte Terre.

La risposta più urgente da dare riguarda l’impianto istituzionale che non è passato indenne attraverso la dottrina Liberal che dagli anni ’80 ha sgretolato l’approccio comunitario, rottamato e sostituito con una organizzazione basata sul maggioritario funzionale al liberalismo più spinto e a politiche con chiaro taglio coloniale nei confronti del Monte.

Uno smantellamento iniziato negli anni ’80 con la modifica alla legge elettorale comunale, calando sulle Alpi lo stesso metodo usato per le città della pianura.

Prima il Sindaco era eletto dal Consiglio Comunale, che manteneva un chiaro potere di controllo sul suo operato, ora il Sindaco che si presenta con una sua lista di fatto prevale su Giunta e Consiglio.

Poi si è provveduto a chiudere l’esperienza virtuosa delle Comunità Montane, per sostituirle con le Unioni Montane, veri mostriciattoli organizzativi, che prevedono anch’esse il metodo maggioritario.

Negli ultimi mesi ha preso nuovamente vigore un attacco ai piccoli Comuni alpini, l’obiettivo è quello di ridurne il numero, ma non avendo il coraggio di dirlo apertamente si creano viscosità organizzative per metterli in difficoltà.

Se si vuole vivere le Alpi bisogna ripartire da una strategia d’insieme recuperando innanzitutto modelli organizzativi vecchi di un migliaio di anni che sono risultati vincenti e al più presto va archiviato ogni riferimento al maggioritario in ogni istituzione alpina, ridando alle comunità locali quelle “Libertà e Buone Vianze” che signori illuminati un migliaio di anni fa avevano garantito.

Un’altra politica montana è necessaria, anzi si impone se si vuole pensare un avvenire possibile, il resto sono minestre scaldate, fumo negli occhi e tatticismi.


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