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Ci aveva provato la polizia, sostenuta dai vertici della Chiesa locale, a cercare di bloccare i riti dei flagellanti in Calabria nelle giornate, e soprattutto nelle serate, che precedono la Pasqua. Che si trattasse delle cerimonie penitenziali di Verbicaro o dei “vattienti” di Nocera Teriniese.

Ci sono riusciti i decreti antivirus del governo ed il terrore imposto agli italiani.

I riti antichi, che mescolavano cattolicesimo e retaggi pagani, lasciano quest’anno il campo a tristi cerimonie televisive. Il sangue dei flagellanti, mescolato al vino che disinfetta le ferite, al sudore, alla passione di anziani e bambini, di uomini e donne, viene sostituito da messe in streaming. Non è proprio la stessa cosa. Riti antichi, profondamente sentiti dalla coscienza popolare, che volevano ricollegare l’intera comunità con la passione di Cristo. E che si erano sviluppati proprio come penitenza propiziatoria per combattere la peste. Quando si credeva nel potere del sacro e non in quello di scienziati che si contraddicono di continuo. Processione per il paese, con il sangue che sgorgava dalla ferite e che veniva trasferito sui muri, e poi la messa nelle chiese, a simboleggiare una ritrovata unità tra la Chiesa ufficiale e le manifestazioni di religiosità popolare.

Ma era anche un rito che serviva ad unire la comunità, che si ritrovava intorno ai suoi penitenti. Una sorta di rito di passaggio per i bambini che, magari con timore, venivano messi a diretto contatto con la sofferenza, con il sangue, con il dolore. Senza nessuna ostentazione da parte dei vattienti, dei flagellanti che, in alcuni casi, si coprivano il capo con un fazzoletto. Non era l’individuo ad essere protagonista, ma la comunità impegnata nel rito.

Ed è particolarmente significativo che nel momento in cui i vertici ecclesiastici tentarono di estirpare completamente un rito che stava perdendo interesse e partecipazione, improvvisamente scattò la reazione in senso contrario. Con una riscoperta delle proprie tradizioni, con un riappropriarsi del rito tragico ma, proprio per questo, più vero.

Non una banale cerimonia folkloristica, seppur in grado di attirare turisti. Ma una cerimonia vera perché vissuta con la propria carne, con il proprio sangue. Un’ultima cena che si celebra, solo tra uomini, prima di lasciare spazio al corpo ed al sangue dei penitenti. E con il vino che deterge, disinfetta e disseta. In attesa che la resurrezione pasquale porti la felicità nei cuori e la festa sulle tavole.


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