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È noto l’aneddoto che vuole Michelangelo colpire con il martello la sua monumentale opera raffigurante Mosè (2 metri e 35 di altezza, tanto per intenderci) esclamando: “Perché non parli?”.

Ecco, fatte le debite proporzioni – io non sono Michelangelo e i leader dell’opposizione non hanno la statura né corporea né simbolica dell’opera citata – è questa l’imprecazione che mi viene da rivolgere a un Salvini e a una Meloni in questo momento di disfatta istituzionale.

Attaccare la compagine governativa è ormai un passatempo di chi vuole vincere facile. Tra i tracolli culturali e decisionali di un Conte, l’imbarazzante titubanza di Speranza, la strisciante accoglienza reiterata della Lamorgese, il cinico atteggiamento badogliano di Gualteri, lo squallore dispendioso di un Casalino, l’autismo complice di un Mattarella e via via mirando, ormai non occorre un tiratore scelto, basta sparare nel mucchio e qualcuno becchi di sicuro.

Ma, aldilà dello spettacolo indegno e per certi aspetti criminale di questo governo illegittimo, anche se formalmente legale, le opposizioni – oltre che twittare indignazioni e postare torte fatte in casa – non esistono. E quando si esprimono passano dalla preghiera alla Madonna all’invito di scatenare l’inferno, pensando di essere o i visionari della trascendenza o i condottieri di eroiche legioni.

La realtà fattuale – come dice Crozza imitando Feltri – è che c’è un popolo in disagio, quando non allo sbando, che pretende esempi concreti e comportamenti coerenti per comprendere una via da perseguire ed una meta da raggiungere.

Leader è colui il quale, tre passi davanti alla massa ordina e dirige, applicando il suo carisma per condensare gli umori, sintetizzare le volontà, incanalare i comportamenti.

Gli attuali, invece, corrono dietro agli isterismi popolari alla ricerca spasmodica di like che quantifichino la loro simpatia e la loro quotazione presso l’opinione pubblica. Ironizzano, ringhiano, seducono e minacciano, senza una proposta concreta che venga poi applicata e messa in atto in una prassi di coerenza e di rigore.

La rivoluzione crea l’evento, non insegue le occasioni contingenti.

Conte non ascolta le rappresentanze parlamentari, e loro guaiscono per le mancate attenzioni. Le aule si svuotano, e loro si selfano dalle rispettive abitazioni. Arrivano le indicazioni politiche, e loro si contraddicono inseguendo un risultato d’effetto.

Purtroppo, e devo ammettere che non è una novità, le dinamiche, parlamentari e non, esibiscono un gioco delle parti ormai consunto, usano stratagemmi da prestigiatore senza pensare che tra il pubblico molti conoscono i trucchi obsoleti.

L’unica comprensione, che non è giustificativa, è la mancanza di una visione, l’assenza di un impianto dottrinario, aggravato da un fatto valido per tutti: quando la politica diventa una professione ogni vocazione viene accantonata, perché i rischi dell’azione sono molto più elevati dei benefici dell’inerzia, magari mitigata e dissimulata dal clamore delle verbosità o dall’attivismo di tastiera.

Le istituzioni hanno tradito il popolo e la Nazione. Che le opposizioni non svendano la lotta alla quale si dicono portati, aspettando qualche esito demoscopico o conferma elettorale. È il momento dei fatti, e chi non ha il fisico per concretizzarli abbia la dignità di delegare ad altri l’impresa.


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