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Dopo un centenario rigonfio di pipponi patriottici e contropipponi pacifondai, uno s’immagina che di Grande Guerra la gente ne abbia piene le tasche o che, perlomeno, ne sappia tutto: dalle sottilissime analisi sociologiche di Labanca alle ecolalie di Cazzullo, la questione parrebbe sviscerata.

Invece no, miei cari electomagici: col cavolo che è stata sviscerata! Siamo nel 2019 e, buon’ultima, ecco arrivare la scuola, a raccomandare a dirigenti, insegnanti, studenti e financo bidelli, di rammentare come si deve il 4 novembre, festa dell’Unità Nazionale e delle Forze Armate. Nella persona del Direttore Generale, Giovanna Boda, che, evidentemente (o, meglio, spero), si è limitata ad apporre la firma a un testo concepito da uno dei tanti mastri pensatori del MIUR, senza leggerlo con la dovuta attenzione, il nostro Ministero è riuscito ad infilare, nelle prime quattro righe, un paio di topiche mica male concepite.

Oddio, per la verità, già definire il 4 novembre “Giorno dell’Unità Nazionale” sarebbe un tantino inesatto o, quantomeno, un filo irritante per quei nostri compatrioti che, dopo la Grande Guerra, divennero italiani a tutti gli effetti, ma che, tra il ’45 e il ’75, dovettero scegliere se scappare, e restare tali, o rimanere e diventare yugoslavi, quando non cadaveri. Vecchia questione: lasciamo pure perdere.

Il punto è che, nella circolare diffusa in pompa magna urbi et orbi si leggono queste due frasette: “Il 4 novembre 1918 (senza virgola) aveva termine il primo conflitto mondiale…” e, poco dopo: “La data (…) commemora la firma dell’armistizio siglato a Villa Giusti…”.

Dunque, facciamo un po’ di chiarezza, ad uso del MIUR e dei nostri lettori: il 4 novembre 1918 (con la virgola), non terminava affatto il primo conflitto mondiale, che sarebbe, viceversa, terminato alle 11 dell’11 novembre: terminavano le ostilità tra Italiani ed Impero Austro-Ungarico, ma l’Italia rimaneva in guerra contro la Germania e i suoi restanti alleati, fino alla scadenza dell’armistizio di Compiègne, ovvero, a voler essere precisini, sei ore dopo la firma del medesimo, avvenuta alle 5 del mattino, nel celebre vagone ferroviario. Questa la prima scivolata.

La seconda è perfino più clamorosa, perché l’armistizio di Villa Giusti venne siglato alle 15,20 del pomeriggio del 3 novembre 1918 e, quindi, la ricorrenza non rammenta affatto quella fondamentale firma, sibbene la scadenza del cessate il fuoco, alle 15 del giorno successivo. Con tante scuse a quei poveracci che sono morti nelle ultime 24 ore di guerra, a partire dalla MOVM Alberto Riva Villasanta, che si beccò una palla in fronte nel primo pomeriggio del 4 novembre 1918. Riva Villasanta aveva diciotto anni: più o meno l’età degli studenti che dovrebbero sorbirsi le frescate ministeriali sulla Grande Guerra, se qualcuno avesse lo stomaco di metterle in pratica.

Non oso pensare alla sua reazione, nel paradiso degli eroi, ammesso che esista: essendo sardo, alla lettura della circolare incriminata, dovrebbe usare delle molte e variopinte contumelie che la sua bella lingua offre ai cultori della materia. Comunque sia, caro MIUR, se vogliamo che gli studenti imparino la precisione, la serietà, la concretezza, e non il vaniloquio, la fumosità, la trista approssimazione, cominciamo a dar loro il buon esempio: qualche circolare in meno e un po’ di quadratura in più.


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