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Nei giorni scorsi uno dei quotidiani di servizio annunciava, con non celata soddisfazione, che in Rai si stava assistendo ad un rapidissimo riposizionamento da parte di giornalisti, autori, registi e tecnici che, con eccessivo entusiasmo, si erano pericolosamente avvicinati ai populisti e pure ai sovranisti.

Un piccolo esercito che ora cerca di riconquistare i favori del Pd.

Non è certo una esclusiva della Rai quella di avere dipendenti che danno ragione a Leo Longanesi esponendo la propria bandiera con il motto “tengo famiglia”. Peccato che troppi esponenti di primo piano della Lega non abbiano mai letto Longanesi e, dunque, si ritrovino ora delusi ed amareggiati per la scomparsa di quelli che ritenevano punti di riferimento nel mondo dell’informazione.

Come potranno sopravvivere senza la speranza di una intervista sul Corriere della Sera? Senza una comparsata al Tg? Senza un’ospitata in un programma per minus habentes? Senza una dichiarazione ripresa da Repubblica? Senza una banalità sull’economia fatta comparire sul Sole 24 Ore?

Crisi d’astinenza annunciata per chi si era illuso di essere diventato fondamentale per il Paese o per il mondo intero. Come fare per riabituarsi a concedere interviste a giornali, radio e tv locali? Quei giornali, quelle radio e tv che hanno permesso il dialogo continuo con il territorio durante le campagne elettorali, ma che poi erano stati dimenticati ed ignorati appena raggiunto il potere. Si poteva sprecare il tempo di parlamentari e ministri con dichiarazioni rilasciate alla Voce della periferia o a Radio Pocapaglia centrale quando il vicedirettore di un grande quotidiano era pronto per una intervista con cui avrebbe fatto rilevare l’impreparazione del politico parvenu?


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