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Dopo la solita sequela di banalità politicamente corrette sfornate dal direttore della Busiarda, “Monterosa racconta” torna al pensiero libero con Stefano Zecchi

che ad Ayas approfitta della presentazione del suo ultimo libro, “L’amore nel fuoco della guerra”, per affrontare temi che vanno al di là della tragica storia di Zara ed arrivano a toccare proprio la censura messa in atto dal pensiero unico obbligatorio.

Una censura che per decenni ha impedito di far conoscere la macelleria titina per non infastidire i vertici del Pci, fraterni amici di Tito e degli occupanti delle terre veneziane prima ancora che italiane.

Ma ancora oggi si tende ad evitare di approfondire troppo l’argomento che, evidentemente, continua a creare imbarazzo in quelle associazioni che si resero responsabili di rifiutare il latte ai bambini profughi dall’Istria e dalla Dalmazia. D’altronde quest’anno si è passato sotto abbondante silenzio politicamente corretto il centenario dell’inizio dell’avventura dannunziana a Fiume.

Perché, come ha ricordato Zecchi, l’Italia del pensiero unico obbligatorio si rifiuta di fare i conti con la Storia perché non vuole una storia condivisa. O forse non vuole proprio far conoscere la realtà del passato perché conoscendo il passato si può anche costruire il futuro. Ed il futuro, per queste associazioni, non deve essere legato alle nostre radici ma deve essere indistinto, uno squallore assoluto perfetto per l’uomo-consumatore, privo di identità, di storia, di cultura, di radici.

Riconoscere il ruolo fondamentale di Venezia anche sull’altra sponda dell’Adriatico (e non solo) renderebbe tutto più difficile. Meglio, allora, cancellare tutto. Anche se diventa più difficile poiché scrittori come Zecchi riescono a riempire le sale raccontando la verità persino in un assolato pomeriggio d’estate.


Le opinioni dei lettori
  1. Ettore   On   23 Agosto 2019 at 22:47

    Sono stato in Bosnia, durante la guerra con la Serbia, come volontario medico-anestesiologo e ho potuto notare come il regime di Tito, spossasse le persone, là ove c’era necessità:
    Nell’ ospedale di Bihac dove mi trovavo, verano medi croati, dalmati e non ho potuto CAPIRE se fossero obbligati ( ma mi par di si ) a rimanere in Bosnia.

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