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Una estate rovente quella di quest’anno, tanti rischiano di bruciarsi sotto un sole che non sta risparmiando nessuno.

A quanto pare, falsificare le valutazioni sulle famiglie rende parecchio perché per ogni minore allontanato dalla famiglia di origine per essere ricollocato presso un’altra famiglia (affido familiare) o una struttura protetta (comunità di accoglienza) si può garantire fino a 400 euro al giorno ai fortunati che si trovano a “gestire” tra le loro mani un bambino di altri.

Crescere un bambino per la famiglia di origine ha un costo, un prezzo che porta lavoro e fatica, ma che alle famiglie affidatarie o case famiglia del caso Bibbiano ha portato ricchezza. Il business che ruota attorno agli affidi familiari corrisponde a tutti gli effetti ad una manovra finanziaria, infatti le risorse pubbliche assegnate in genere ai Comuni e dalle ASL per poi essere destinate alle cooperative delle case famiglia e alle famiglie affidatarie in tutta Italia sono stimate tra i 1,5 e 2 mld annui.

Il sistema funziona in modo analogo ad altri sistemi basati sul matrimonio infedele tra sistema pubblico-privato come già è avvenuto per il traffico dei rifiuti, per gli appalti di grandi opere ed il riciclaggio di denaro verso attività lucrative.

Com’è possibile allora che nessuno controlli l’operato di chi ruota attorno all’apparato socio-assistenziale a tal punto di vedersi sfilare i figli dalle mani senza rendersene conto? Stiamo parlando di una macchina organizzativa che dispone allontanamenti anche quando non ci sono i presupposti, ovvero anche in assenza di gravi motivi quali l’abuso, la tossicodipendenza e lo sfruttamento del lavoro minorile.

E’ semplice, si creano artificiosamente delle condizioni che precludono al minore di crescere in modo sereno e quindi si ricollocano i figli perché la famiglia ha difficoltà educative nel 26% dei casi, uno dei due genitori è violento o ha dei problemi per il 21% oppure per conflittualità genitoriale nel 12% dei casi.

Gli assistenti sociali che dovrebbero entrare in gioco per aiutare un nucleo familiare in difficoltà, cercando nel limite delle possibilità di mantenerne l’integrità, troppo spesso si trasformano in giudici poco obiettivi alterando di fatto le reali situazioni familiari attraverso relazioni pilotate verso un inevitabile strappo dei figli dal nucleo familiare.

Il bene collettivo a questo punto è lasciato alla responsabilità e alla sensibilità dei singoli professionisti con logiche asservite all’interesse economico e al potere, per cui vengono meno fiducia e rispetto dell’unicità dei bisogni di ognuno, in particolare dei bambini.

Il fuggire dal problema, agire e reagire in modo emergenziale fa di questi operatori il punto debole di un sistema socio-assistenziale alla deriva, poco attento e che vede personale in prima linea con contratti miseri, anche in subappalto per meno di 1000 euro al mese con in mano importanti responsabilità sulla salute psico-fisica di chi soffre.

Spesso vi è totale disinteresse verso le questioni, non vi è un progetto o un percorso comune per rieducare all’ordine sociale ciò che è alla deriva oppure non si hanno gli strumenti adeguati per rispondere alle richieste di aiuto e si procede per la via più semplice, quella della presa di potere redigendo segnalazioni, aprendo fascicoli assumendo atteggiamenti giudicanti o peggio, moralisti nei confronti di chi a loro si rivolge per necessità.

La frase che spesso viene usata quale arma di deterrenza e minaccia nei confronti dei genitori e in particolare delle madri è “attenti che vi portiamo via i bambini”, quasi a dimostrare l’incapacità nel gestire problemi emotivi rifugiandosi nella soluzione apparentemente più semplice per loro ma più dolorosa per gli altri, per coloro che la subiscono.

Anche nell’ambito delle denunce da parte di donne e madri sulla violenza endofamiliare, molte suggeriscono che è meglio non denunciare le violenze per non perdere i figli. E’ un circolo vizioso che sempre più spesso si stringe attorno ai più deboli e che vede le famiglie abbandonate e trascurate nei bisogni primari per poi ricevere interventi drastici nei momenti scatenanti di un disagio e di una sofferenza come l’allontanamento di un figlio, tutto perché il Servizio Sociale ha sancito l’inadeguatezza delle funzioni genitoriali senza alcuna valutazione avviando solamente la procedura di privazione del diritto genitoriale.

Termino con una riflessione. I minori che entrano nelle strutture da bambini, sovente ne escono da adolescenti, questo perché i genitori non riescono a modificare il loro stile di vita contestato dai Servizi Sociali, non per mancanza di volontà bensì per l’assenza di percorsi immediati di recupero della genitorialità, necessari al fine di limitare l’esposizione dei minori per tempi lunghissimi a condizioni di lontananza dagli affetti familiari.


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