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Un tempo le guerre venivano proclamate, con tanto di dichiarazioni consegnate agli ambasciatori delle parti, gli annunci ufficiali per la chiamata alle armi, le mobilitazioni popolari di sostegno ai partecipanti al conflitto.

Da tempo, ormai, questa prassi che potremmo definire aristocratica del conflitto non esiste più. In questa, come in altre procedure, è venuto meno lo stile e, se vogliamo, la stessa tragica grandezza dell’evento.

Una tragica grandezza che derivava dalla consapevolezza dell’inevitabilità del fatto, della sostanziale impossibilità di eliminare il conflitto cruento perché “la causa sta nell’imperfezione della natura umana” e l’unica strada da perseguire rimane quella sempre auspicata ma mai raggiunta della “trasformazione spirituale dell’uomo”. Così si esprime Basil Henry Liddell Hart nel suo saggio Paride, o il futuro della guerra. Si tratta, in altre parole, di cambiare non solo strategia e tattiche nel raggiungimento dell’obiettivo, ma di modificare radicalmente la mentalità di quelli che il generale Fabio Mini definisce “Guerrieri”..

Quanto pensato dagli esperti del pensiero bellico non è accaduto. Le guerre continuano ad esserci, molte, diversificate e confuse, senza un annuncio di attacco né una dichiarazione di resa. Guerre sorde, sporche, in cui non esistono schieramenti definiti se non in scenari limitati, ma un insieme di attacchi sanguinari tra fazioni, mentre i coordinatori di questi conflitti agiscono a rete e in rete, a distanza e senza volto, attraverso manipolazioni finanziarie e falsificazioni propagandistiche.

L’elemento più interessante e disastroso in questo persistente scenario è l’assenza di regole. E la più pericolosa e moralmente vergognosa assenza è quella del nemico.

Oggi, gli unici che hanno dichiarato guerra e che hanno definito il nemico sono gli islamisti. Seppure in un conflitto non convenzionale, dove la conquista economica è affiancata dal terrore delle immagini, dove l’infiltrazione e la dissimulazione concorrono appaiate al terrorismo esplicito e alle procedure di morte e di distruzione, il radicalismo islamico ha ufficializzato la volontà di conquistare l’Occidente e di imporre una loro pace. All’interno di questo scenario, i paesi occidentali appaiono ciechi di fronte a questa evidenza, impegnati nelle reciproche falsificazioni, in simmetrici sabotaggi.

L’ipocrisia è un fattore che mina dall’interno soprattutto chi la pratica, perché innanzitutto è una distorsione di sé, prima di essere un approccio falso e snaturato nei confronti dell’altro. E di questa ipocrisia morirà questa nostra civiltà, senza l’orgoglio di definirsi, senza il coraggio di guardare in faccia la realtà, senza la disponibilità al combattimento. “Chi non terrorizza si ammala di terrore”, cantava Fabrizio De Andrè, e questo nostro tempo è già oltre allo stadio della malattia: è agonizzante di paura, quando non isterica negazione della serietà della guerra in corso.


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