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Il futuro dell’UE dipenderà in gran misura dal tipo di Difesa comune che verrà attuata fra gli stati membri.

La situazione attuale è limitata ad accordi di mutua assistenza collettiva e alla condivisione di una comune politica estera e di difesa (PESC/PESD), che però nei fatti rimane spesso subordinata alle politiche estere dei singoli stati, in particolare di quelli più potenti.

Sono in corso di sperimentazione alcune proposte di reparti multinazionali o unità di crisi permanenti, che possano intervenire in casi di emergenza o su richiesta dell’Onu. Ma la storia europea insegna che probabilmente le strade da seguire sono altre.

Sebbene l’Europa venga disegnata come uno stato in fieri abitato da popolazioni di fatto integrate e fraterne, le millenarie vicende storiche raccontano invece di continue guerre di potere fra gli stati europei, che però spesso hanno dovuto fare fronte comune contro un pericolo esterno. Pertanto, se è vero che l’UE serve principalmente a garantire pace interna al continente, imponendo un armistizio permanente, è altrettanto vero che essa non riesce a rappresentare una forza militare unitaria, semplicemente perché questa non è la volontà di gran parte degli stati aderenti. I quali riescono a rinunciare alla propria sovranità solo di fronte a minacce esterne che nessuno potrebbe affrontare da solo.

Il primo esempio storico di alleanza obbligata per difendersi dal nemico esterno fu quella delle polis greche di fronte all’invasione dei persiani: dopo aver tentato per anni di lottare o scendere a patti col dispotico impero orientale, le più potenti città-stato greche capirono che l’unica possibilità di sopravvivenza era allearsi e mettere insieme le proprie truppe per fronteggiarlo. Le battaglie di Termopili, Maratona, Salamina e Platea diedero loro ragione, salvando l’indipendenza dell’Europa. Ma subito dopo le città greche tornarono al regime di anarchia che le contraddistingueva, alla guerra permanente fra esse.

Tempo dopo, le tribù barbariche e gli antichi popoli europei fecero fronte comune contro l’arrembante Impero arabo-musulmano (che dall’VIII secolo d.C. in poi ha rappresentato una minaccia costante per l’Europa) e prestarono cavalieri e armi alle truppe capitanate da Carlo ‘detto il martello’. Il quale riuscì nella leggendaria battaglia di Poitiers del 732 d.C. e in successive scaramucce ad arrestare l’avanzata araba oltre i Pirenei. Ma nessun esercito permanente fra gli europei venne costituito nemmeno allora.

E così accadde anche più tardi, quando la nuova minaccia proveniente dall’Est, i magiari, riuscì a devastare buona parte dell’Europa centrale altomedievale, fin quando l’imperatore Ottone I di Sassonia decise di affrontarli guidando un esercito composto da milites da ogni angolo dell’Impero e anche da lande esterne. La vittoriosa battaglia di Lechfeld (955 d.C.) valse onori e prestigio ma, soprattutto, pose fine a quell’esperienza dolorosa per i popoli europei, simile a quella provocata dalle continue incursioni dei vichinghi in altre zone del continente, che spinse nobili e cavalieri franchi ad allearsi per difendere le proprie terre. Per poi tornare a guerreggiarsi per strapparsi i feudi reciprocamente.

Anche in quei casi, però, nessun esercito comune e nemmeno imperiale fu mai costituito, nei secoli a venire. Quando l’Impero doveva intervenire contro minacce esterne o ribellioni interne, raccoglieva truppe e il necessario e muoveva guerra in estemporanee missioni al comando di nobili e dignitari imperiali. Lo stesso accadeva nei numerosi stati monarchici del Medioevo, dove era il re a dichiarare guerra e a chiamare alla armi cavalieri e sudditi, i quali spesso dovevano provvedere da sé agli armamenti. Nonostante sia stata un’epoca tipicamente militarista, quella medievale non vide mai il formarsi di eserciti permanenti e predisposti alla difesa degli interessi europei. Non avvenne nemmeno per le Crociate, che dal 1099 d.C. portarono per secoli la guerra fuori dai confini continentali sotto la guida dell’imperatore o del sovrano cristiano di turno, sempre raccogliendo milites e volontari di ogni genere alla bisogna.

Nemmeno nell’epoca dello ‘stato moderno’, che invece vedeva la disponibilità di embrioni di truppe statuali un po’ ovunque, si pervenne alla costituzione di un esercito collettivo di carattere europeo o multinazionale. Sebbene la minaccia islamica fosse sempre più accesa e anche quando essa penetrò nella terraferma, portando l’assedio a Vienna nel 1683 d.C., gli stati europei non decisero per un esercito comune stabile: ognuno si difendeva da sé oppure insieme agli altri stati interessati, solitamente uniti dalla causa religiosa, formando di volta in volta coalizioni sottoposte al comando del generale più prestigioso o esperto.

Questo modello di difesa comune europea fu riproposto, sempre con esiti favorevoli, nei secoli seguenti quando il nemico comune era rappresentato da Luigi XIV, da Napoleone o ancora da Hitler. E così avvenne anche nel XX secolo d.C., nelle due Guerre Mondiali, ove gli stati ‘alleati’ unirono le forze militari formando coalizioni e armate plurinazionali poste al servizio di una strategia comune, elaborata dai rispettivi capi di stato maggiore riuniti, ma mai trasformando quell’organo in una struttura permanente.

L’idea del comando unificato militare venne agli americani durante la guerra del Pacifico, quando dovettero coordinare le forze di terra con quelle navali e aeree per sconfiggere il Giappone. Ma si trattava di uno stato unitario e indipendente nel quale si parla una lingua comune. Cosa impossibile a immaginarsi per l’Europa odierna, dove coesistono da secoli decine di lingue nazionali e migliaia di dialetti e idiomi ancora più antichi.

Il problema della lingua è solo il più lieve che un ipotetico eventuale esercito comune UE dovrebbe affrontare: pensate solo alla poliedrica conformazione delle truppe dei singoli stati membri, alla difformità di usi militari e codici di comportamento, ai differenti piani strategici difensivi in funzione di caratteristiche del territorio o della posizione geopolitica. Per non parlare delle moderne tecnologie della cyber war e di intelligence, che non riescono a mettere in comune le informazioni neanche nel settore civile o della giustizia comune…

Ancora più astratti sembrano, poi, gli esperimenti in corso di unità navali miste di uomini e comandanti appartenenti a più stati, che parlano lingue diverse e provengono da scuole e tradizioni militari assai lontane. Senza dimenticare l’aspetto hardware/tecnologico della difesa, per il quale l’UE ha avviato l’Agenzia di Difesa Europea allo scopo di mettere in comune armamenti, ricerca militare e capacità difensiva degli stati membri, con risultati a oggi minimi. E infine, resta da affrontare la delicata questione dei rapporti della Difesa comune UE con l’ONU, l’agenzia mondiale preposta alla pace e alla sicurezza per tutto il pianeta: i rapporti non sono per nulla idilliaci e le problematiche da superare sono assai complesse. Lo stesso dicasi per la NATO, l’organo interstatuale che dal 1949 d.C. si occupa della difesa collettiva dell’Europa: il socio più forte è certamente gli USA, che da sempre è contrario al progetto di un sistema di difesa comune europeo autonomo.

Per concludere, la soluzione più pratica ed efficace per garantire la sicurezza e la difesa del nostro continente resta quella indicata dalla storia e dalla tradizione militare europea: un accordo di mutua difesa da attivarsi solo in caso di minacce esterne gravi, che contempli regole chiare di comando e altrettanto limpide indicazioni sui ruoli e le responsabilità di ognuno, che preveda anche la possibilità di sviluppare armi o sistemi di difesa comuni da condividere e tecnologie di interscambio slegate dagli interessi degli stati aderenti.


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