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Noa Pothoven, una ragazza olandese di 17 anni, da tempo soffriva di una severa forma di depressione a causa di abusi sessuali subiti ad 11 anni e un successivo stupro a 14 anni, nessuna delle terapie proposte ed effettuate è riuscita, quantomeno, ad alleviare le sofferenze patite dalla giovane che, dunque, ha legalmente richiesto l’eutanasia che le è stata però negata.

Noa, che aveva già raccontato la sua traumatica esperienza in un’autobiografia, ha lasciato un testamento virtuale su Instagram, nel quale ha dichiarato che nel giro di pochi giorni sarebbe morta avendo deciso di rifiutare cibo ed acqua. La ragazza, nel suo post di addio, ha spiegato che la decisione è stata presa dopo lunghe riflessioni, discussioni e valutazioni, ma soprattutto dopo anni di battaglie contro una malattia psichiatrica che si è rilevata inguaribile e che la aveva condotta anche all’anoressia prima ed al completo rifiuto di cibo e acqua poi, tanto che, in uno dei numerosissimi ricoveri in ospedale, i medici avevano dovuto predisporre il coma farmacologico per poterla nutrire artificialmente.

Questa, in estrema sintesi la toccante storia di Noa. Le prime notizie parlavano di eutanasia, ma ora sembra che la ragazza abbia deciso di lasciarsi morire, rifiutando cibo ed acqua, ed alleviando le sofferenze per il tramite di cure palliative.

A prescindere da come siano andate veramente le cose, si tratta di una vicenda che induce alcune riflessioni, ognuna delle quali meriterebbe un trattato, dalle problematiche dello stupro, a quelle della malattia mentale, per poi arrivare all’eutanasia, nello specifico l’eutanasia richiesta da un minore affetto da una malattia mentale, e non da una malattia propriamente intesa come terminale.

Innanzitutto, partendo dal principio, è compito della società non solo reprimere le violenze sessuali, ma limitarle il più possibile, educando i propri consociati al rispetto dell’altro e dell’altrui sfera sessuale. Tuttavia, su tale aspetto, per quanto stringente e rilevante, non intendo in questa sede dilungarmi.

In secondo luogo, è necessario implementare l’assistenza e l’aiuto specialistico a coloro che soffrono di disturbi psichiatrici e ciò va attuato anche eliminando lo stigma sociale nei confronti di queste malattie. Infatti, la depressione, come le molte altre patologie psichiatriche, sono delle vere e proprie malattie, talvolta inguaribili, che possono colpire chiunque e che non per forza incidono sulla capacità di intendere e volere del soggetto affetto.

In Olanda, il Paese di Noa, è possibile richiedere l’eutanasia anche in caso di malattia psichiatrica, qualora questa non incida sulla capacità di intendere e volere e qualora sia considerata insostenibile ed inguaribile, avendo esaurito tutte le possibilità terapeutiche. Il paziente che decide di ricorrere all’eutanasia, e qualora gli sia concessa questa possibilità (non si tratta di un diritto), mantiene sino all’ultimo istante il diritto di cambiare idea.

Per quanto alcuni possano ritenere errata l’eutanasia in generale per proprie convinzioni morali, e per quanto possa risultare difficile, anche per i suoi sostenitori, accettarla in caso di malattie mentali, è bene ricordare che siamo di fronte ad una malattia vera e propria, che spesso purtroppo conduce chi ne soffre al suicidio. Indubbiamente, il compito dei medici è quello di alleviare le sofferenze di questi pazienti e trovare una cura, ma quando tutto ciò non è possibile? Quando chi è malato vede come unica soluzione la morte… è più umano far finta di nulla ed aspettare l’atto suicida – spesso violento, inaspettato per i familiari, perpetrato nella più totale solitudine oppure straziante come per Noa – ovvero, accettare che la malattia ha preso il sopravvento e fornire l’alternativa dell’eutanasia, che può permettere un confronto diretto con i propri cari, e la speranza di un repentino ripensamento?

Non è facile dare una risposta, ma è agevole comprendere la necessità sempre più pressante di implementare l’assistenza sanitaria per chi soffre di malattie psichiatriche, affinché non sia lasciato solo e non sia stigmatizzato.

Per quanto riguarda, infine, la problematica dell’eutanasia nei minori che soffrono di malattie psichiatriche come Noa, anche qualora si sia favorevoli alla dolce morte, è una questione spinosa. Infatti, con la maggiore età si acquista la capacità di agire, ma questo non significa che prima del compimento del diciottesimo anno il minore sia sprovvisto di qualsiasi capacità di discernimento. È chiaro che siamo di fronte a una fictio iuris, e che una ragazza o un ragazzo di 17 anni, che da tempo convive con la propria malattia, sia certamente in grado di comprendere quello che accade alla sua persona. Tuttavia, il cervello dell’adolescente è ancora in una fase di sviluppo e mutamento, dunque, più che chiedersi se sia giusto o meno che un minore affetto da una malattia psichiatrica possa richiedere l’eutanasia, sarebbe forse più opportuno posticipare tale possibilità in una fase più matura, per comprendere l’evolversi della malattia in relazione con lo sviluppo del paziente.

In ogni caso, si tratta sempre di situazioni estremamente delicate, che richiedono un approfondimento e una soluzione caso per caso, e dove l’ultima parola spetta sempre al paziente, unico vero conoscitore della propria sofferenza e del proprio dolore, unico in grado di riempire di significato la parola dignità.


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