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La storia ve la immaginate diversa da come va, cari electomagici: pensate che sia una lunghissima sciarpa di seta, invece è una specie di gomitolo, pieno di nodi e di bozzi. Non è mica colpa vostra, intendiamoci: da almeno duecento anni, vogliono farvi credere che vi sia, nel succedersi degli anni e delle stagioni, una sorta di logica positiva, un piano preordinato per giungere, prima o poi, al bene assoluto.

Viceversa, al bene non si arriva mai, perché non è quello il senso della storia umana: se dovessi sintetizzare il concetto in poche parole, direi che quel senso consiste nel consumarsi, come tutto si consuma. E la storia non procede, sia pure a salti e a capriole, verso un excelsior, verso un magnifico e progressivo destino: la storia passa il tempo a reagire male a se stessa e a cercare di smentirsi, epoca dopo epoca. Questo, soprattutto, in età moderna.

Bene o male, gli uomini, fino al XVI secolo, sono stati quasi sempre soggiogati da un’idea trascendente: una minaccia metafisica, che li ha tenuti buoni, tanto praticamente che filosoficamente. La paura dei tuoni, di Nemesi, dei Mani o dell’inferno, ha costretto gli uomini all’interno di precisi confini, delimitati dal dogma. Da quando questo dogma è stato, prima messo in dubbio e, poi, definitivamente gettato nel solaio di un passato riprovevole, l’uomo, finalmente libero, ha cominciato a sbroccare. E questo sbrocco, lungi dall’essersi esaurito, prospera e cresce di volume, anno dopo anno.

Così, la nostra storia ha preso un andamento bipolare, che prima non aveva o aveva in maniera assai meno evidente. Dopo l’orgia di antropocentrismo e di equilibrio classico del Rinascimento, gli intellettuali hanno cominciato a collezionare feti deformi e a costruire mostri di pietra, tanto da dare il nome di una perla oblunga ad un’intera epoca.

Poi, in odio al secolo di ferro, hanno preso a vagheggiare un’età dell’oro, in cui agnellini, ninfe e pastorelli vivevano d’amore e d’accordo e dove non pioveva mai: serissimi studiosi si facevano chiamare Nasindo Curculione e Bitorzolo Pannonio, facendo il verso a Titiro e ad Amarilli.

Ovviamente, presto la gente si ruppe le balle di queste pastorellerie e tirò fuori dal cassetto la ragione: anzi, la Dea Ragione, ossimoro finale di un periodo di arroganza intellettuale i cui disastri stiamo ancora pagando, a colpi di relativismo.

Finito il balletto razionale, tra enciclopedie e ghigliottine, riscoprimmo Dio, Patria e Famiglia: il potere dell’irrazionale, la paura del buio e altre amenità. La malattia si aggravava: la storia s’ingarbugliava. Dopo qualche decennio di passioni vorticanti, di boschi numinosi e di suicidi a cera persa, si cominciò ad esplorare l’inconscio, l’immateriale, il superumano.

Il resto è storia recente: la frequenza della pulsazione della storia si è abbreviata: i revival si sono avvicinati. Oggi non si fa rivivere, chessò, l’antica Roma o il Medioevo, mode di mille o duemila anni fa: oggi, si rimpiangono le musiche e i pantaloni di vent’anni fa. Ma la stupidità della ciclotimia, la svagata insensatezza del sinusoide storico, sono le stesse: solo più brevi, più stupide, più insensate. Perché è l’uomo a essere così: è di questi giorni la notizia di una ragazzina che è diventata una star mondiale, perché va dicendo che tra dieci anni il mondo finirà. Cento anni fa, l’avrebbero chiusa in un manicomio; trecento anni fa, in un convento; cinquecento anni fa, sarebbe stata del tutto normale e nessuno se la sarebbe filata.

La storia va avanti così. Con noi o senza di noi. Siamo noi, che semmai, stiamo tornando un tantino indietro, come un’aragosta matta. Ma questo l’ha già detto Leopardi: se non hanno dato retta a lui, figuriamoci a me…


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