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Secondo me, per quel che vale, la questione della cittadinanza, concessa e revocata a Mussolini dal comune di Bergamo, è stata, quasi sempre, analizzata in maniera incompleta:

sia i favorevoli che i contrari a questa pittoresca iniziativa hanno addotto argomenti, tutto sommato, tangenziali, rispetto alla questione centrale, evocata dalla faccenda.

I favorevoli hanno motivato la scelta con le solite storie sull’ur-fascismo: il segnale forte, la cancellazione dei simboli, l’affermazione di antifascistità cittadina e così via. Gli altri hanno evocato la difesa della storia, i treni in orario, l’inattualità del provvedimento. Tutto vero, per carità: però, a mio parere, il punto è un altro. La verità è che a quasi tutti, me compreso, che Mussolini rimanga o meno cittadino onorario di Bergamo o di Forlimpopoli frega meno che zero: da storico, mi verrebbe da dire che ogni testimonianza del passato va conservata, a titolo di documento e monito, ma, in questo caso, capisco che un atto di piaggeria commissariale, sia pure datatissimo, possa ancora disturbare qualcuno.

Da cittadino bergamasco, sono talmente abituato a vedere incensare o maledire personaggi pubblici, semplicemente in base agli uzzoli manichei del momento, da trattenere a stento lo sbadiglio, vedendo la gente accapigliarsi sulla vexata quaestio ducesca.

Sia come sia, la cittadinanza non è stata revocata, ma solo non considerata. Potevano anche levarla, a questo punto: non credo che la tranquillità della cripta di San Cassiano ne avrebbe risentito granchè. Rimane sul tavolo, tuttavia, una questione di fondo: questione che riassumerei nella solita dicotomia tra prassi e teoria, vero tallone d’Achille della sinistra italiana. Insomma, tu mi dici che, dopo 95 anni, vuoi cancellare la cittadinanza onoraria concessa all’allora presidente del consiglio Mussolini, perché la cancellazione è un segnale forte contro la minaccia dell’insorgere di nuovi fascismi o, meglio ancora, contro il serpeggiare carsico di un fascismo mai davvero morto.

La cosa ha un suo senso e sarebbe del tutto sottoscrivibile, se non vivessimo in un Paese in cui l’ur-fascismo, il fascismo eterno postulato in maniera un tantino manichea da Eco, è, fondamentalmente di sinistra. Non intendo dire che il fascismo sia tornato alle origini: alle sue radici piazzaiole e socialiste. Intendo proprio la sinistra-sinistra: quella che accende le candeline, che predica la pace a colpi di gessetto e che, all’occorrenza, si mette il passamontagna e sfascia le città.

Ecco, questo credo sia il punto chiave: l’anello che non tiene di tutta questa operazione mediatica, che sa tanto di “broken arrow” degli ultimi comunisti, di colpo della disperazione. In Italia, chi imbratta i muri e le statue, chi sputa su Dio, Patria e Famiglia, confondendo Mazzini con Mussolini, chi spacca i bancomat ed impedisce di parlare a chi dissente: chi, insomma, si applica diuturnamente alla dimostrazione tangibile di un fascismo che non muore sono proprio i comunisti.

Sono loro i fascisti più evidenti, pericolosi, molesti: non Casapound e neppure Forza Nuova, che pure, se potessero, qualche soddisfazione se la toglierebbero. L’ur-fascismo vive e prospera sotto le gonne della sinistra: sono le maestre ubriache che augurano la morte ai poliziotti, sono i dementi che scrivono “Fanculo la Patria” sul monumento alle Batterie Siciliane, sono la canaglia ignorante e rabbiosa che vorrebbe rompere tutto, insozzare tutto, cancellare tutto.

E poi correre felice in un deserto, come il lupo Fenrir dopo il crepuscolo degli dei.

Ecco, con questa minaccia dovrebbe vedersela la sinistra civile e democratica: non con i fantasmi di un passato che non può, fortunatamente, tornare. Solo che è molto più facile prendersela con gli altri, specialmente se sono morti da un pezzo, che con i tuoi confratelli, specialmente se sono vivi e vegeti, e ti portano qualche voto. Una cittadinanza si può concedere come togliere: la cittadinanza va sempre e comunque rispettata. E non la si deve prendere in giro: pena una clamorosa tranvata elettorale.


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