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Mentre l’americano Serge Marchionni illustrava, in Piemonte ma in lingua inglese, il positivo andamento finanziario del gruppo anglo-olandese-statunitense Fca, i dati del mercato italiano dell’auto evidenziavano per il gruppo una flessione superiore all’8% a fronte di un mercato che, nel complesso, aveva registrato a maggio un calo del 2,78% ma che, senza la caduta di Fca, si attestava su una scivolata dello 0,58%.

Ancora più significativo l’andamento per marchi di Fca. L’adorata Jeep di Serge cresce del 129%, la sopportata Alfa Romeo del 3,82% mentre l’ormai pressoché cancellata Lancia cala del 4,27%. E il marchio Fiat? Perde, in un mese, il 22,81%.

A dimostrazione dello scarso interesse di Serge che, non a caso, si è soffermato sul futuro di Jeep, di Ferrari, Maserati, Alfa. Ignorando sostanzialmente Fiat e Lancia. Troppo italiani, troppo popolari, magari troppo populisti.

Ma per i giornalisti di servizio questi sono particolari irrilevanti. L’ordine di scuderia è di osannare il manager americano, così efficiente, così lungimirante, persino incravattato.

Titoli e foto sulla cravatta di Marchionne, come un tempo si dedicava spazio all’orologio sul polsino della camicia di Gioanin Lamiera, ossia Gianni Agnelli. O sugli orrendi scarponcini giallognoli.

La cravatta di Serge ha il merito di far dimenticare che i 9 miliardi di investimenti annunciati sull’auto elettrica seguono anni di dichiarazioni dello stesso Serge contro le vetture elettriche. In altri termini il gruppo parte in grave ritardo e dovrà spendere di più per recuperare il tempo perso.

Non una novità per quello che una volta era il gruppo Fiat. Dai fuoristrada ai Suv alle coupé, dalla cacciata di Ghidella si è sempre arrivati in ritardo rispetto alla concorrenza internazionale.

Ora Serge passerà la mano ed i problemi da risolvere toccheranno al suo successore. Che dovrà fare gli scongiuri per la situazione internazionale. Un gruppo orientato verso le esportazioni dirette negli Stati Uniti potrebbe essere fortemente penalizzato dalle misure protezionistiche imposte da Donald Trump, peraltro grande tifoso di Serge Marchionne.


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