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Nei giorni scorsi ha suscitato polemiche un intervento di Marcello Veneziani, definito “intellettuale di destra” anche se non è detto che apprezzi la definizione, sul vuoto pneumatico del Sud intorno a Matera capitale della cultura.

In pratica Veneziani veniva accusato di voler la creazione di zone franche per il rilancio dell’economia e dell’imprenditoria del Mezzogiorno, con una concorrenza sleale nei confronti del Nord.

A difendere il “destro” del Sud ha provveduto Mariano Allocco, montanaro occitano che ha ricordato come anche le aree alpine avessero chiesto le medesime zone franche.

Il problema non è Nord o Sud, senza dimenticare le Isole, ma proprio la mancanza di zone franche in assoluto.

Eppure funzionano negli altri Paesi, a partire da quelli del Mediterraneo che anche grazie a queste iniziative fanno concorrenza alle produzioni italiane.

Basti pensare alla Turchia.

Le zone franche, costituite con la legge 3218 del giugno 1985, sono aree situate all’interno del Paese ma che – spiega un documento dell’ambasciata italiana – risultano essere extradoganali. L’obiettivo istituzionale di queste aree è quello di favorire gli investimenti, stimolare la produzione, l’entrata di capitali e di tecnologia straniera nonchè di creare nuove opportunità di lavoro”.

Create a partire dal 1987, le ”free trade zones” sono ora 19: quella Egea (Smirne), di Mersin, Antalya, l’aeroporto Ataturk di Istanbul, Trabzon, Mardin, Rize, dell’Anatolia dell’Est (Erzurum), Menemen, Samsun, Adana-Yumurtalik, Gaziantep, Kayseri, quella Europea (Corlu), nonchè quelle specializzate per settore, quale quella della Pelletteria e dell’Industria di Istanbul, della Pelletteria di Smirne e l’ISE (Istanbul Stock Exchange), cui si aggiungono Bursa e Denizli.

Come si nota non si tratta solo di aree depresse o in difficoltà. Ed offrono notevoli vantaggi a chi le sceglie per insediarsi e per investire.

I redditi generati al loro interno sono esenti da imposte, possono essere trasferiti senza alcuna restrizione e non rientrano nell’imponibile. I prodotti possono essere venduti anche all’interno della Turchia, con una tassa dello 0,5% del valore. I beni importati nella zona franca sono esenti da imposte doganali.
Le procedure burocratiche sono semplificate e vi è un’unica agenzia competente.
Non c’è alcun limite alla quota di capitale straniero nell’investimento. La licenza ha una durata di 10 anni per gli affittuari, di 20 per chi intende costruire propri fabbricati; se la licenza riguarda la produzione, tali termini si allungano, rispettivamente, a 15 ed a 30 anni.

Ovviamente esistono regole ed aiuti che non sono compatibili con le leggi europee, ad esempio per i primi dieci anni serrate e scioperi sono vietati ma al di là del possibile cambiamento dell’Unione europea con le prossime elezioni, è evidente che l’impostazione di base, opportunamente adeguata alle regole Ue, può tranquillamente essere riproposta anche in Italia per rilanciare un’economia asfittica.

Verrebbero anche a cadere i patetici alibi di chi non sa fare l’imprenditore ma scarica sempre le responsabilità sugli altri, sui politici, sugli schiavi che vorrebbero persino essere retribuiti.

Perché le imprese insediate nelle zone franche turche, a partire da Smirne (Izmir), sono spesso molto più moderne ed innovative rispetto a quelle italiane.

Certo, lo sfruttamento della manodopera è considerevole e piacerebbe a Boccia, ma su quel fronte le modifiche vanno previste per una applicazione in Italia.


Le opinioni dei lettori
  1. Franco Canna   On   10 Febbraio 2019 at 19:29

    Condivido completamente la proposta di creare zone franche per facilitare lo sviluppo di aree depresse Purtroppo questo paese non ha l’ intelligenza x capire la validità di questa proposta e preferisce argomentare accademicamente e non fare nulla . Siamo alla frutta…..

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