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È andata male anche questa volta agli esperti di exit poll. La brusca frenata della Lega non si è vista, il trionfo del Pd è stato ridimensionato, il ritorno in scena del Sultano di Arcore non ha portato il successo annunciato dagli exit poll, la Bonino non ha superato l’asticella per andare in Europa nonostante il nome del partito (+Europa) ed i cospicui finanziamenti.

Dunque Salvini ha vinto contro tutti, ma i problemi per lui iniziano adesso. Perché l’azionista di maggioranza del governo italiano adesso è la Lega ed è Salvini che ora deve dettare l’agenda. La squadra non è granché, e ne è perfettamente consapevole. Com’è consapevole che aver conquistato anche la Regione Piemonte creerà non poche difficoltà nella gestione.

D’altronde non ci sono alternative al governo giallo verde. La Lega non può essere messa sotto ricatto dalle Erinni di Forza Botulino, meglio Di Maio che Brunetta come alleato. E l’alleanza con la Sorella della Garbatella non basta, in termini numerici, per un governo alternativo.

Quanto al Pd, è vero che Zingaretti ha fatto crescere il partito. Ma poco più del 20% non serve per governare. E le sinistre terminali hanno consensi marginali. Evidentemente serve un cambiamento radicale. L’ossessiva rincorsa dei diritti individuali delle minoranze, a fronte di una totale dimenticanza dei diritti sociali, si è rivelata perdente. La sinistra deve tornare ad occuparsi del lavoro, ma non precarizzandolo come han fatto Renzi e Calenda, e deve finalmente archiviare la zavorra dell’Anpi e degli antifascisti ridicoli. Deve guardare al futuro e non ad un lontano passato che interessa solo agli storici ed a chi si guadagna uno stipendio propagando odio. Il voto ha chiarito che gli italiani sono stufi delle pagliacciate sulla storia falsata di 70 anni fa, delle idiozie sullo Ius Soli, del buonismo ottuso.

Più complicata la situazione dei 5 Stelle. Chi non fa non falla, ma non conquista voti. Aver bloccato parti del programma per cercare di penalizzare la Lega è stato un errore. Aver impedito di procedere sulla strada dell’autonomia non solo ha penalizzato il Movimento 5 Stelle al Nord, ma anche al Sud. Con i voti che si sono spostati verso la Lega, non verso la sinistra che piace a Fico.


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