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La produzione italiana cala e ci avviamo a passi veloci verso la recessione. E questo è un dato di realtà.

Poi subentra la disinformazione di servizio che tende a dimenticare alcuni aspetti.

Innanzitutto che si tratterà della terza recessione in 10 anni, dunque diventa difficile scaricare le responsabilità su un governo la cui colpa maggiore, e reale, è quella di non aver avuto il coraggio di cambiare davvero tutto.

In secondo luogo si cerca di sorvolare sul fatto che l’andamento italiano sia analogo a quello della Germania, della Francia, della Gran Bretagna. Ma frenano anche Stati Uniti e Cina.
E allora è anche comprensibile che i giornalisti di servizio preferiscano accusare il governo, perché è più semplice. In caso contrario dovrebbero analizzare le cause di una crisi che evidentemente è mondiale. Dovuta solo in minima parte agli scontri commerciali tra Stati Uniti e Cina.

Partendo proprio dall’Italia si dovrebbe infatti notare che esiste un clamoroso divario tra le dichiarazioni ufficiali dei prenditori e la realtà. Tutti parlano di export, di concorrenza, ma poi solo una piccola minoranza di imprese italiane ha una quota di export significativa in rapporto al fatturato. In altri termini la stragrande maggioranza di imprese vive di mercato interno. Ma sono le stesse imprese che hanno imposto precariato, flessibilità, bassi salari ai propri dipendenti. Illudendosi che con retribuzioni al limite della sussistenza (se non al di sotto) i lavoratori potessero continuare ad acquistare ciò che veniva prodotto. Magari anche di più, per compensare le difficoltà sui mercati esteri.

Un altro dato dovrebbe far riflettere: la continua riduzione degli investimenti privati. Le aziende sono le prime a non credere nel proprio futuro e non investono, non acquistano macchinari innovativi per far fronte alla concorrenza internazionale, non investono in ricerca, non investono in risorse umane. I giovani più preparati se ne vanno all’estero, in aziende che possano e vogliano valorizzarli senza sfruttarli.

Il grande terrore per Quota 100 è la conseguenza di questa situazione. Perché un lavoratore vorrebbe andarsene in anticipo, anche con una pensione ridotta, se si trovasse bene in azienda?

Se si teme una fuga di massa è perché si è consapevoli che il lavoro è diventato uno schifo, senza la benché minima valorizzazione del dipendente, senza rispetto e senza qualità. Ma su questo fronte non si sente mai un’autocritica da parte delle associazioni padronali.

Rabbia, frustrazione, insoddisfazione sono elementi che non aiutano nella creazione di qualità.

Certo, è più facile addossare le responsabilità ad un reddito di cittadinanza che non è neppure stato avviato. Con il Tg5 che si inventa un indecente servizio sulla mancanza di risposte da parte dei Caf sui dubbi relativi a Quota 100: difficile avere risposte su un provvedimento che deve ancora essere discusso.


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