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Usarci


Dagli schermi di casa un signore raffinato
E una rossa decisa con il gomito appoggiato
Ti danno il buongiorno sorridendo e commentando
Con interviste e filmati ti raccontano a turno
A che punto sta il mondo.

E su tutti i canali arriva la notizia
Un attentato, uno stupro e se va bene una disgrazia
Che diventa un mistero di dimensioni colossali
Quando passa dal video a quei bordelli di pensiero
Che chiamano giornali.

Ed ogni avvenimento di fatto si traduce
In tanti “sembrerebbe”, “si vocifera”, “si dice”
Con titoli ad effetto che coinvolgono la gente
In un gioco al rialzo che riesce a dire tutto
Senza dire niente.

C’è un’aria, un’aria, ma un’aria che manca
L’aria,
C’è un’aria, un’aria, ma un’aria che manca l’aria.

…E fateci pregustare l’insolita letizia
Di stare per almeno dieci anni senza una notizia.

E c’è un gusto morboso del mestiere d’informare,
Uno sfoggio di pensieri senza mai l’ombra di un dolore
E le miserie umane raccontate come film gialli
Sono tragedie oscene che soddisfano la fame
Di questi avidi sciacalli.

Lasciate almeno l’ignoranza
Che è molto meglio della vostra idea di conoscenza
Che quasi fatalmente chi ama troppo l’informazione
Oltre a non sapere niente è anche più coglione.

Inviati speciali testimoniano gli eventi
Con audaci primi piani, inquadrature emozionanti
Di persone disperate che stanno per impazzire,
Di bambini denutriti così ben fotografati
Messi in posa per morire…
Ma la televisione che ti culla dolcemente
Presa a piccole dosi direi che è come un tranquillante
La si dovrebbe trattare in tutte le famiglie
Con lo stesso rispetto che è giusto avere
Per una lavastoviglie.

E guardando i giornali con un minimo di ironia
Li dovremmo sfogliare come romanzi di fantasia
Che poi il giorno dopo e anche il giorno stesso
Vanno molto bene per accendere il fuoco
O per andare al cesso.

Non sono i commenti di Alessandro Di Battista o di Luigi Di Maio. Sono alcuni dei versi di “C’è un’aria”, di Gaber e Luporini.

Un testo del 1993 che rappresenta la migliore risposta alle vergini offese dell’ordine dei giornalisti dopo le offese dei due esponenti pentastellati.

Una categoria, quella dei giornalisti, che evita accuratamente di interrogarsi sulle ragioni non solo del crollo delle vendite di quotidiani e settimanali, ma anche del crescente disgusto che cresce in ogni ambito del Paese nei confronti di una informazione ritenuta per nulla credibile e totalmente faziosa.

Un fenomeno non solo di oggi, visto che sono trascorsi 25 anni dalla canzone di Gaber. Eppure si è accuratamente evitato di correre ai ripari, di invertire la tendenza.

Lo scontro con Raggi e Di Maio è solo l’ultimo (finora) episodio.

Non ci sono dubbi sul fatto che il sindaco di Roma sia inadeguato, insufficiente. Ma le buche nelle strade di Roma c’erano anche prima, il degrado non è iniziato con Raggi, la sporcizia è anche il risultato dei comportamenti dei cittadini romani oltre che dei turisti. Invece, grazie all’opera dei giornalisti, pare che prima del pessimo sindaco tutto fosse perfetto.

A Roma come a Torino. Il sindaco Appendino è il nulla cosmico, ma il declino risale agli anni precedenti che, invece, vengono descritti come un’età dell’oro assolutamente falsa.

O vogliamo ricordare il grande giornalismo che negava l’esistenza delle Brigate Rosse sostenenendo che gli omicidi fossero il risultato di faide interne tra le vittime? Provvedimenti contro simili cialtroni? Nessuno. E provvedimenti nei confronti di chi, pochi giorni or sono, ha invitato ad appendere per i piedi gli avversari politici? Nessuno.

Ma il disgusto nei confronti della categoria non è solo legato alla faziosità politica. È sufficiente andare a rileggere gli articoli del passato quando, a fronte dei continui crolli delle vendite di auto Fiat, i quotidiani di servizio si inventavano assurdi confronti per sostenere che il gruppo torinese stava aumentando le vendite. O, quest’estate, la vergognosa difesa d’ufficio di Autostrade e Benetton dopo il crollo del viadotto a Genova.

Forse, però, è la cronaca ad aver suscitato maggior disgusto. Non piace la definizione di “sciacalli” ma come dovrebbero essere definiti i giornalisti che, in gruppo, assaltano i parenti delle vittime per chiedere, davanti al cadavere, “Cosa prova in questo momento?”, oppure “Perdona l’assassino?”, o altre amenità di questo tipo? E quanto incide sul disgusto generale la scelta di nascondere l’origine dei criminali, se stranieri, mentre si specifica la nazionalità se lo straniero compie un atto meritevole di plauso?
Senza dimenticare le responsabilità della categoria nel far crescere i comportamenti illegali giustificando ogni violazione delle regole in nome del diritto alla movida, esaltando i comportamenti furbetti che sono “tanto creativi”.

Ed è paradossale che il leader di Forza botulino, uno dei responsabili di questo declino dell’informazione, abbia utilizzato proprio il termine gaberiano “aria” per sostenere che in Italia ci sarebbe “un’aria illiberale”.

C’è un’aria che manca l’aria.


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