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Non va tutto a meraviglia per il turismo alpino estivo. Sarà che alcune mete lontane, che erano state abbandonate in tutta fretta per il timore del terrorismo, sono tornate in auge dopo la sconfitta dell’Isis.

Sarà che una settimana in un villaggio di Guadalupa, viaggio aereo compreso, costa meno di sette giorni in qualche rinomata località montana italiana. Ma il risultato è che di turisti, a luglio, non se ne sono visti molti in alcune delle mete abituali della vacanza in quota.

Ovviamente è inutile attendersi un po’ di sana autocritica. La colpa è della crisi globale, dei temporali, di Salvini e Di Maio, dei dazi di Trump, della Corea del Nord, dell’Iran e di Putin. Si può scegliere liberamente il responsabile e mescolarlo con qualcun altro sulla base della propria idea di geopolitica. Basta che nessuno accusi la politica dei prezzi del turismo italiano, la curiosa idea dei servizi da fornire al cliente, le iniziative che dovrebbero attirare ed intrattenere i visitatori.

Adesso, in qualche località di buon livello, si punta su alberghi di lusso con poche camere e tanto personale. Al di là della effettiva sostenibilità economica di una simile scelta, è evidente che il ricco cliente ha bisogno di servizi di fascia molto alta che sono difficili da fornire nei paesi di montagna anche se turistici.

Troppo spesso, inoltre, per accontentare i clienti di 30 camere di un hotel si creano disagi a centinaia e centinaia di turisti medi che, sul territorio, lasciano non pochi soldi tra ristoranti, bar, spesa per chi vive in un alloggio di proprietà e tasse connesse.

Deturpare una passeggiata classica per ricavare un campo da golf frequentato pochissimo forse non è una grande idea. Tantomeno una idea vincente. E la desertificazione è la condanna più evidente. Mentre località meno note registrano il tutto esaurito puntando sulle famiglie normali, sullo sport, sui rapporti umani, sulla forza della comunità.

È poi tutto da dimostrare che i turisti di fascia alta apprezzino di essere collocati in una località poco frequentata, ancor meno animata. Con i turisti medi che se ne vanno perché i prezzi sono eccessivi e le iniziative scarse.

Se l’offerta di shopping è rappresentata da chincaglieria cinese adattata alla montagna, diventa difficile entusiasmare la clientela. Eppure si insiste su questa linea. Illudendosi che la fuga del turista medio sia compensata da poche decine di ricchi anche quando il paese è interamente chiuso per le ferie degli operatori turistici o anche in mancanza di servizi di base quali la pulizia delle strade o la comodità dei trasporti.


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