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Un giorno, tutto questo.. Lo slogan che caratterizza il Salone del libro di Torino, dal 10 al 14 maggio al Lingotto Fiere, potrebbe essere completato: un giorno tutto questo non ci sarà più.

Perché le prospettive della manifestazione torinese sono tutt’altro che incoraggianti benché l’edizione di quest’anno si presenti con record di prenotazioni e di presenze di espositori (ci sarà anche Electomag).

Quello che preoccupa è la mancanza di capacità gestionale. A dimostrazione che i grandi nomi del politicamente corretto si rivelano, troppo spesso, molto scarsi sul piano concreto dei rapporti personali con chi lavora per loro.

Così il Salone numero 31 si apre senza sapere se ci sarà l’edizione numero 32. Sergio Chiamparino, presidente della Regione Piemonte, invita ad avere fiducia.

La fiducia manca, innanzitutto, tra i lavoratori penalizzati da una gestione tanto attenta alla panna montata e tanto distratta sugli aspetti concreti, a partire da quelli economici.
Chiamparino lancia anche un segnale chiaro, e non riferito al solo ambiente piemontese, quando ricorda la valenza politica della cultura. Una valenza politica che ha permesso di trasformare in guru culturali dei personaggetti di medio-basso livello. Con un po’ di tempo e investimenti (pubblici) adeguati sarebbero riusciti a spacciare per intellettuale persino il ministro Fedeli.

Una carta vincente, in mano al Pd. Ma anche un sonoro schiaffone al centro destra, a partire da quello piemontese per arrivare all’intera Italia.

La valenza politica della cultura assume particolare rilevanza in vista delle elezioni regionali piemontesi del prossimo anno. Con un Pd privo di candidati non solo vincenti ma almeno credibili e, per questo, impegnato a supplicare Chiamparino affinché accetti una nuova candidatura nonostante l’età. Con un Cinquestelle altrettanto privo di figure di spicco e con un Centrodestra che vede Forza Italia impegnata in una opposizione che più morbida non si può.
Il partito berlusconiano subalpino (e non solo subalpino) ha dimostrato, anche in passato, di non avere la benché minima idea del rapporto tra cultura e politica.

E non si vedono avvisaglie di un cambiamento in vista delle prossime elezioni. La cultura non come valenza politica ma come scambio di favori e di interessi.

E il Salone del libro, per vivere, avrebbe bisogno di idee precise, di linee chiare, di competenze e professionalità. Non di accordi sotto banco e di assessori scelti per la capacità di garantire interessi che nulla hanno a che fare con la cultura.


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