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Donald Trump può non piacere ma è l’artefice dell’avvio della costruzione di un’Europa che non sia più solo quella dei contabili, dei burocrati e dei banchieri. Suo malgrado, ovviamente, perché le iniziative di Trump avevano e hanno come obiettivo, peraltro dichiarato, la distruzione di ogni organismo sovranazionale in grado di contrastare il dominio assoluto degli Stati Uniti.

I dazi, le interferenze, la responsabilità di crisi continue nel Vicino Oriente (vicino a noi, mica a lui) hanno provocato una reazione generale.

Non immediata. Perché gli insulti della banda Macron contro l’Italia rappresentavano un disperato tentativo dell’Eliseo di continuare a farsi gli affari propri a danno dei nostri. Macron ha però dovuto fare marcia indietro dopo la reazione immediata non solo dei Paesi di Visegrad, ma anche di Austria e Germania. Francia isolata, dunque, perché il sostegno della Spagna è poca cosa.

Ma lo schiaffo più sonoro al toy boy di Parigi è arrivato dalla Libia. Proprio quella Libia destabilizzata dalla Francia, quella Libia che doveva raggiungere un accordo interno grazie ai buoni uffici di Macron che aveva invitato a Parigi i vertici delle fazioni in lotta.

Il vertice, però, è andato male e dalla Libia è arrivata una dichiarazione imbarazzante: “Era ora che l’Italia si svegliasse”. Imbarazzante per Macron, ovviamente, ma anche per Alfano, l’addormentato ministro degli Esteri preceduto dall’altro dormiente, Gentiloni.

Ora Tripoli e Bengasi sperano nell’Italia, non nella Francia, nell’Inghilterra o negli Stati Uniti. Perché l’Italia tratta con Tripoli ma, grazie ai buoni rapporti del nuovo governo con la Russia, ha voce in capitolo anche a Bengasi, dove il governo locale è sostenuto dal Cremlino e dall’Egitto. E Salvini ha dichiarato di voler riprendere il rapporto privilegiato con Il Cairo.

Ma per Trump le cattive notizie potrebbero essere solo all’inizio. Dopo aver provocato il riavvicinamento europeo, dopo aver litigato con il Canada, rischia di ritrovarsi a luglio con un Messico governato da chi non ha nascosto il profondo fastidio per le politiche statunitensi. Non bastano i successi di immagine per un accordo con la lontana Corea del Nord, se poi ci si ritrova a litigare con i vicini canadesi e messicani. La fortuna di Trump è che l’America Latina non ha un Paese in grado di favorire una vera aggregazione del Centro e Sud America in modo da rappresentare un’alternativa forte e unita rispetto a Washington.

Mancano leader carismatici, manca una volontà comune nonostante tutti parlino la medesima lingua, con l’eccezione del Brasile. Simon Bolivar è stato dimenticato, ed è una fortuna per Trump.


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