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Dopo l’oceanica manifestazione arancione di ieri a Torino si è potuto assistere all’orgia della disinformazione.

Ma la palma della stupidità non spetta a chi ha gareggiato nel far crescere i numeri dei partecipanti (se anche fossero stati 30 mila, e non lo erano, avrebbero comunque rappresentato una piccolissima minoranza in una città con 900 mila abitanti), o a chi ha visto l’onda arancione quando il colore d’ordinanza era utilizzato da una minoranza della folla. No, la palma d’oro, l’oscar, il Nobel della faziosità più becera va senza discussioni a chi è riuscito a scrivere e titolare che in piazza è scesa la Torino antifascista.

Si può pure essere così bugiardi, o ignoranti, da considerare Salvini, Di Maio e persino Appendino come dei fascisti.

D’altronde ormai la preparazione storica è inesistente. Ma il genio della disinformazione non si è accorto che in prima fila c’erano anche i fratelli della sorella della Garbatella. C’erano esponenti delle destre terminali. E c’erano i leghisti che il genio evidentemente considera fascisti ma che fanno gli antifascisti. E saranno fascisti anche gli esponenti antifascisti dei centri sociali schierati contro la Tav?

Ma al di là del giornalismo più becero, è interessante comprendere le ragioni di questa manifestazione. A favore dell’alta velocità ferroviaria (opera utile per i passeggeri e per il rilancio della città, ma il trasporto merci è una truffa mediatica) certo, ma in piazza sono scesi i commercianti che protestano contro la Ztl, sono scesi in piazza quelli che avrebbero voluto le Olimpiadi, quelli che chiedevano più lavoro.

Antonello Marzolla, segretario generale Usarci e consigliere Enasarco, si chiede retoricamente perché i torinesi non erano scesi in piazza quando Fiat tagliava l’occupazione e poi trasferiva la sede legale all’estero, quando il Sanpaolo passava sotto il controllo di Milano, quando la Toro emigrava e la Sai diventava Unipol.

Forse perché i giornali del Sistema non volevano proteste, forse perché i grandi imprenditori locali non erano intervenuti per tutelare la torinesità ed i politici tacevano di fronte al potere.

E sia chiaro, Marzolla è favorevole all’alta velocità ma non alla retorica.

Ora le organizzatrici, più il forzista Mino Giachino che ha affiancato l’iniziativa, assicurano che nulla sarà più come prima. Bene, occorre capire in che direzione marceranno quelli che sono scesi in piazza. Sicuramente, per un briciolo di coerenza, il presidente degli industriali torinesi obbligherà i suoi colleghi a spedire le merci con i treni ad alta velocità tra Torino e Salerno. O non ci sarà neanche quel briciolo di coerenza? Gli imprenditori che invidiano Milano aumenteranno i salari allineandoli con quelli della città lombarda? Gli imprenditori edili che vogliono gli investimenti sulla Tav per rilanciare il settore assumeranno lavoratori torinesi e piemontesi o continueranno ad impiegare manodopera straniera? Il Sistema Torino vuole riprendersi il controllo della città.

Sul fronte politico invece il quadro è più chiaro.

Tra le organizzatrici ci sono sostenitrici esplicite del Pd. Ma visto che il partito è ormai inviso a tutti, si utilizzano nuove strutture che godono del sostegno degli organi di informazione. In grado di condizionare ancora una parte dell’opinione pubblica.

Il centro destra, in conseguenza della totale incapacità di organizzare e comunicare, è costretto ad accodarsi. Ottiene un momento di gloria con Giachino, ma nulla di più e, soprattutto, nulla dopo perché mancano visioni e competenze. Chi non sa organizzare una partita a briscola o un torneo di bocce difficilmente organizzerà una grande manifestazione.

Un problema che si ripresenta anche per il Movimento 5 Stelle che, con Appendino, amministra malissimo la città ma, grazie alla comunicazione, riesce persino a sembrare peggiore di quello che è. Il sindaco non ha avuto il coraggio di liberarsi del Sistema Torino che aveva già rovinato la città, perché la decadenza è iniziata ben prima del successo pentastellato. Proprio questa decadenza aveva portato alla sconfitta del Pd, ma non essendo capaci di comunicare, i pentastellati si sono visti addossare le colpe altrui.

Essere incapaci, però, non è una giustificazione. Se poi si aggiungono gli errori compiuti in proprio, dalla stangata sui parcheggi ai troppi centri commerciali, dalla politica culturale alla pulizia, si capisce perché una fetta comunque consistente di Torino voglia cambiare direzione.


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