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L’Italia dell’uno NON vale uno, dei grandi genii universali non apprezzati neppure nel condominio, dei plurilaureati che parlano perfettamente sette lingue e stanno stravaccati sul divano in attesa di essere finalmente valorizzati da uno Steve Jobs che passi per caso in salotto, dei reduci da master ed Erasmus incompresi dalla società degli analfabeti funzionali, dei grandi registi che non sanno riprendere neppure una festa di compleanno, beh questa Italia dovrebbe ogni tanto degnarsi di condividere un’ora del proprio inutile tempo con la massa degli italiani che si riversano in un supermercato.

Non in un centro commerciale, dove individui privi di senso e di aspettative cercano una alternativa al nulla cosmico delle proprie esistenze. Ma in un supermercato utilizzato esclusivamente per acquistare ciò che serve per alimentarsi e, ogni tanto, per lavarsi.

Probabilmente i sedicenti esseri superiori uscirebbero rafforzati nelle loro convinzioni, nell’autoincensamento. Ma si rafforzerebbe anche la convinzione di chi si è rassegnato al Kaly Yuga, alla fine dei tempi o, perlomeno, alla fine dell’Italia.

Non offrono uno spettacolo entusiasmante, gli italiani in un supermercato. Da entrambe le parti. Sia chi acquista sia chi vende.

Maleducazione, scortesia, indifferenza uniscono giovani e anziani, uomini e donne. Ciascuno si sente unico e solo all’interno di una folla trasparente.

Il carrello od il cestino vengono abbandonati di traverso in mezzo alle corsie tra gli scaffali, incuranti di bloccare i flussi.

E guai a cedere il passo ad un anziano, ad una donna incinta quando il passaggio si stringe.

Si sgomita per accaparrarsi, per primi, la bottiglia di latte che non è l’ultima rimasta ma che deve essere conquistata per primi. Neanche si trattasse di una cima inviolata o di un capo di abbigliamento unico il primo giorno dei saldi.

Si aprono gli sportelli dei prodotti surgelati e si evita la fatica di chiuderli. “Già devo pagarli, mica dovrò anche pensare alla conservazione. Provvedano i dipendenti, pagati per questo”.

Dipendenti? Spesso per pochi giorni, in continue rotazioni precarie. Ma la precarietà non riguarda solo la durata dei contratti e si estende anche alle mansioni. Chi è alla cassa il lunedì si ritrova il giorno dopo a sfilettare (malissimo) il pesce spiegando alla clientela la differenza tra il branzino pescato e quello allevato per poi passare, il mercoledì, a consigliare il prosciutto cotto Rovagnati o Raspini.

Competenza? Zero. Ci si improvvisa, si inventa, ci si arrangia italianamente. La qualità del servizio è da un’altra parte e già va bene se l’impreparazione viene accompagnata da un sorriso. Ma non capita sempre.

Questa è l’Italia vera, il Paese reale da governare. Con la medesima preparazione dei finti intellettuali che, per farsi notare, affollano le iniziative filosofiche e culturali senza capire un accidente di nulla ma discettando sulle scarpe del relatore appellato per nome per una inesistente famigliarità.

Un Paese allo sbando non solo per colpa della classe dirigente, ma per le sempre più evidenti carenze di un popolo intero.


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