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L’inattendibilità dei sondaggi è un problema. Non solo per giornalisti e commentatori costretti a discutere sulla base di numeri mai certi. Le vere vittime sono i poveri voltagabbana, quelli perennemente alla ricerca del carro del vincitore su cui saltare.

Perché il segreto sta tutto nell’anticipare la folla di chi sta cambiando bandiera per continuare ad abbuffarsi nella mangiatoia del potere.

In questo modo, però, si rischia. Non un grande rischio, in realtà. Perché la nuova bandiera abbracciata sull’onda di sondaggi farlocchi può tranquillamente essere abbandonata di fronte alle prime proiezioni di segno contrario.

Visto dall’esterno questo balletto di meretrici della politica è persino divertente. E può anche rappresentare una chiara indicazione di ciò che si legge nei sondaggi che, nei giorni che precedono il voto, non possono più essere divulgati. Ma se un noto ex politico ed attuale detentore di cariche di ogni tipo, dopo aver sostenuto il Pd torinese, vira improvvisamente verso il centrodestra dove si apre lo spiraglio per una nuova poltrona, forse significa che ha visto sondaggi che lo tranquillizzano su quel versante.

Se un modesto professionista della cultura, dopo essere stato il prediletto di Forza Botulino ed essersi prontamente adeguato alle scelte culturali di una sinistra che odia il dissenso, improvvisamente si lancia in un attacco contro la censura della sinistra, forse significa che punta su un assessorato con l’appoggio di Forza Botulino in un governo regionale piemontese a trazione leghista.

Giochi divertenti per chi osserva. Ma disgustosi in assoluto e profondamente deleteri in vista di un governo locale o nazionale. Il potere dei transfughi, personaggi senza qualità e senza strategie che vadano al di là della mera conservazione della poltrona. D’altronde come si può pensare di affidare la cultura ad un partito il cui vice leader scrive di “basiliche paleolitiche”? A voce può capitare un lapsus e pronunciare palelolitiche invece di paleocristiane, ma se lo si scrive si denota tutta la propria superficialità se non l’ignoranza.

Ed allora, se si aggiunge pure l’arroganza, si comprende come qualcuno possa pensare di affidare un assessorato alla cultura al partito che, in 15 anni di governo piemontese, non ha mai fatto nulla per promuovere una iniziativa che non piacesse alla gauche caviar. Forse perché gli assessori prescelti facevano parte dello stesso milieu cittadino da cui provengono i detentori del pensiero unico obbligatorio.


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