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Nei giorni scorsi Electomag si è occupato di una indagine svolta all’interno della categoria degli agenti di commercio. Gli spunti offerti dalla ricerca erano numerosi ma commenti e domande si sono concentrati sui pensionamenti.

Ed anche un articolo su Quota 100 è stato particolarmente dibattuto mentre le domande per una uscita anticipata dal mondo del lavoro superano le attese.

Insomma, agli italiani interessa il modo di uscire dal mondo del lavoro più che comprendere come fare a trovare un’occupazione. E forse gli imprenditori che si indignano per l’introduzione di Quota 100 dovrebbero porsi qualche domanda sulle ragioni che spingono i lavoratori ad abbandonare le aziende, anche rimettendoci non poco sul fronte economico perché la pensione è più bassa del salario e la pensione anticipata riduce ulteriormente l’assegno mensile.

Nei giorni scorsi un imprenditore vero, patron di un gruppo di grande successo mondiale, sottolineava che lui continua a lavorare nonostante l’età che ha superato i 70 anni e sosteneva che ci sono numerose figure professionali che non richiedono uno sforzo eccessivo per chi ha superato i 62 anni. Perché andare in pensione, allora? Forse perché l’azienda non è in grado di offrire motivazioni in termini di retribuzione e di mansione. Forse perché il clima in azienda non è idilliaco, perché i rapporti con la dirigenza non sono ottimali.

Quota 100, secondo il governo, favorirà il ricambio generazionale, con i giovani che potranno sostituire chi va in pensione. Ma l’imprenditore spiega che non è così facile. Chi esce ha maturato una professionalità che manca a chi entra. Ciò significa che si dovranno promuovere fasce intermedie che, a scorrimento, saranno sostituite da chi è entrato in azienda in fasi successive. E se i pensionandi sono davvero insostituibili, forse le aziende dovrebbero offrire condizioni tali da convincerli a restare.

Invece l’aspetto legato a motivazioni, retribuzioni, carriere, clima interno pare non interessare minimamente ai datori di lavoro. E questo spiega la voglia di fuggire dalle aziende, la ricerca di qualunque scivolo, anche penalizzante, pur di andarsene. Ma se il clima aziendale è questo, come si fa a credere nella produzione di qualità, nella competitività, nell’incremento della produttività?

E se le aziende non sono più la “famiglia” raccontata da una narrazione fasulla, anche i rapporti con i collaboratori esterni diventano difficili, pesanti, forieri di tensioni continue. Questo spiega anche il desiderio di fuga degli agenti di commercio. Ma vogliono andarsene i medici alle prese con aziende ospedaliere che appaiono covi di serpi, dipendenti pubblici che non ne possono più di dirigenti incompetenti ma coperti dalla politica.

Forse, invece di protestare per la fuga dei lavoratori, imprenditori, predatori e dirigenti pubblici dovrebbero cominciare ad interrogarsi su come migliorare il clima interno, un clima che favorisca l’impegno e non sia un incentivo alla fuga.


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