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Vladimir Putin non ha voluto infierire. Al presidente russo è bastato prendere atto della decisione di Trump di ritirare le truppe di invasione in Siria.

Nessuna risata di fronte al tentativo americano di prendersi i meriti della sconfitta dell’Isis.

Va bene così: gli americani se ne tornano a casa e possono pure far finta di aver vinto. Volevano abbattere Assad e il presidente siriano è al suo posto; volevano ridimensionare l’Iran e Teheran ha conquistato un ruolo crescente nell’area; volevano puntare sulla creazione di uno Stato Curdo ed hanno abbandonato i curdi alla mercé dei turchi.

Se Trump assicura che si tratta di successi, Putin è pronto ad applaudirlo. Come di fronte ad un comico per una battuta divertente.

Trump, però, non si è fermato e ha deciso di ridurre drasticamente la presenza in Afghanistan. Un disimpegno che dovrebbe portare gli Stati Uniti a concentrarsi su casa propria, e fin qui va bene, ma con il rischio che vogliano riprendere il controllo di quello che considerano “il giardino di casa”, ossia l’America Latina.

Hanno già sostenuto l’ascesa alla presidenza argentina del pessimo Mauricio Macri che ha portato alla fame il grande Paese sudamericano.

Le politiche economiche studiate a tavolino negli Usa si sono rivelate fallimentari in Argentina. Non è la prima volta, e la rabbia torna a crescere.

Quanto all’Europa, l’uscita di scena americana dalla Siria impone al Vecchio Continente di uscire dal sonno pluridecennale. La partita siriana ora la giocano Russia, Iran e Turchia, alle prese con le provocazioni israeliane. Ma Putin ha dimostrato più volte di non essere anti israeliano e lo stesso Erdogan ha posizioni altalenanti.

L’Unione europea, invece, latita per incapacità e mancanza di coesione.
Visto che il problema nasce nel Mediterraneo, l’Italia dovrebbe svolgere un ruolo determinante. A patto di evitare dichiarazioni a casaccio. Sia per quanto riguarda Hezbollah sia per la vicenda egiziana di Regeni. Anche perché errori di questo tipo rischiano di ripercuotersi nelle vicende della Libia.

Passare dal tifo alla diplomazia ed alla conoscenza della geopolitica dovrebbe essere una priorità.

Mentre l’Italia ondeggia, la Russia gioca a tutto campo. Un gioco obbligato, quello con la Cina, in seguito all’imbecillità delle sanzioni volute dagli Usa e adottate dall’Unione europea. E gli accordi con Pechino sono più subiti che voluti. Ma ora l’offensiva diplomatica di Mosca guarda a Tokyo.

Avversario storico, ma la Turchia era un nemico ancora più storico della Russia eppure un modus vivendi è stato trovato in Siria. Si procede per tentativi ed a piccoli passi. Sempre meglio dell’immobilismo europeo.


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