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È vero che il Nobel ormai è ridotto ad una farsa, sia per il premio letterario sia per quanto riguarda il riconoscimento per l’impegno a favore della pace.

Però, leggendo le ricostruzioni giornalistiche dei viaggi di Giuseppe Conte verrebbe voglia di candidare il presidente del Consiglio per il Nobel per la pace.

In questo caso sono soprattutto le ricostruzioni, preoccupate, della destra estrema a creare le aspettative. E, per una volta, la parte avversa insegue.

Insomma, cosa ha fatto il povero Conte nelle fantasiose interpretazioni dei media? Per contrastare l’immonda offensiva dei commissari europei e di Draghi, il presidente del Consiglio è andato da Vladimir Putin, dopo che Salvini gli aveva preparato il terreno, e poi ha pure incassato il sostegno di Trump.

Dunque l’Italia sarebbe diventata il perno di una strategia mondiale che mette insieme Russia e Stati Uniti, proprio nel momento in cui Trump annunciava di voler rivedere gli accordi contro la proliferazione nucleare.

Se una simile ricostruzione avesse anche solo un briciolo di verità, Conte e Salvini meriterebbero davvero il Nobel, certo ben più del presidente americano che, con il premio ancora in mano, ordinava bombardamenti e massacri.

Purtroppo, però, non sarà l’Italia a garantire la pace nel mondo. Però potrebbe davvero avere un ruolo fondamentale per una soluzione della crisi libica.

Putin non si fida più di Micron, anche se il presidente francese sostiene il generale Haftar che piace anche a Putin ed agli Emirati. Dunque ad Haftar dovrà essere garantito un ruolo, ma Russia ed Emirati si augurano che sia l’Italia a provvedere, non il toy boy parigino.

Quanto all’asse Mosca-Roma-Washington in funzione anti Ue, è evidente che l’Italia deve difendersi dall’aggressione degli Juncker, dei Moscovici, dei Draghi. Sono loro ad aver scatenato la guerra, e la difesa non può guardare ai particolari. È la commissione europea a minare l’esistenza stessa dell’Unione.

In compenso il mancato declassamento da parte dell’ultima agenzia di rating americana che si è pronunciata, può anche essere conseguenza di un sostegno di Washington al governo Conte. Così come la frenata dello spread può essere legata alla disponibilità di Putin di acquistare titoli italiani.

Ma gli interessi di Russia e Stati Uniti non collimano. Lo sa bene Angela Merkel che, in questa fase, dimostra la sua modesta statura politica. Di fronte alle difficoltà, interne ed esterne, tace.

Proprio mentre servirebbe un intervento deciso a favore dell’Italia per salvare l’Unione europea, per riprendere il dialogo con Mosca, per rappresentare una alternativa ai dazi di Trump e all’offensiva commerciale cinese. Anche a Berlino, invece, prevalgono i piccoli egoismi, le piccole percentuali di crescita o calo elettorale. Come a Vienna, peraltro.

Il sogno di un ritorno della Mitteleuropa si spegne sulla piccineria dei democristiani di Vienna e Berlino, non sul 2,4% italiano.


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