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Tanto tuonò che non piovve. La crisi di governo in Germania, annunciata dai media italiani, non c’è stata e Merkel ha fatto pace con il suo ministro dell’Interno, il bavarese Seehofer, della Csu.

Dunque la storica alleanza tra la Cdu ed il partito fratello della Baviera non si è rotta. Ed ora toccherà ai socialdemocratici, al governo nella grande coalizione, accettare il compromesso sui centri dove trattenere i migranti nelle zone di transito. Si tranquillizzano le Borse, tutto rientra nella routine tedesca.

O forse no. Perché i centri per migranti sono una risposta momentanea ad un problema che momentaneo non è e che rischia di frantumare l’Unione europea più ancora delle politiche criminali degli euro speculatori.

L’insofferenza delle popolazioni europee nei confronti dei continui arrivi sta crescendo. E le affermazioni politicamente corrette del Toy Boy di Parigi si scontrano con i suoi comportamenti di chiusura assoluta.

Altri governi, invece, non ricorrono neppure più all’ipocrisia del politicamente corretto e vanno direttamente al sodo: basta arrivi, non possiamo trasferire l’Africa in Europa. E se anche potessimo, non vorremmo perché abbiamo una cultura, delle tradizioni, degli stili di vita che ci appartengono ed a cui non vogliamo rinunciare.

Discorsi ormai sempre più semplici e chiari. Condivisi da strati sempre più vasti delle popolazioni di tutti i Paesi. E qui emergono le gravissime responsabilità dei buonisti, delle anime belle, di chi pontifica in cachmerino dalla villa di Courmayeur. Di tutti coloro, insomma, che hanno trasformato popoli solidali in popoli che respingono.

Non sono stati gli slogan dei politici a cambiare radicalmente l’approccio, bensì gli atteggiamenti di chi ignorava la realtà e predicava l’accoglienza ad ogni costo.

Peccato che i costi li dovessero pagare gli altri. Quelli che, secondo gli intellettuali di servizio, ora hanno una paura irragionevole dello straniero.

Chissà dove erano, gli intellettuali di servizio, quando i sudditi delle periferie dovevano respirare fumi tossici dei roghi per ripulire la refurtiva nei campi rom; dov’erano quando i sudditi più poveri venivano scavalcati dai nuovi arrivati nelle graduatorie per le case popolari o per gli asili; quando i sudditi dovevano mantenere figli disoccupati mentre corsi di formazione con inserimento al lavoro erano riservati agli stranieri. Dov’erano quando le case degli anziani venivano occupate abusivamente mentre il titolare era assente e la giustizia rifiutava di buttar fuori gli abusivi costringendo l’anziano a perdere la casa? Dov’erano quando la giustizia non puniva i reati dei rom perché si tratta di atteggiamenti che rientrano nella loro cultura?

Ecco, se fossero intervenuti allora, adesso non si sarebbe arrivati al rifiuto generalizzato. Se si fossero puniti i magistrati non sarebbe cresciuto l’odio. Se si fossero cacciati gli ospiti che protestavano per la mancanza di Wi-Fi o per la lontananza dell’hotel pluristellato dal centro cittadino, non sarebbe cresciuta l’intolleranza.

Ora tutto è diventato più difficile, in tutta Europa. Ma le anime belle non fanno autocritica.


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