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Finalmente al Quirinale hanno ritrovato carta, penna e calamaio. Chissà dove erano finiti quando, con i governi che piacciono a Mattarella, il numero degli italiani al di sotto della soglia di povertà era raddoppiato.

Sicuramente anche allora il presidente avrebbe voluto scrivere una lettera ai governi per invitarli a rispettare i risparmi degli italiani, per garantire un futuro sereno alle famiglie.

Solo che al Quirinale non trovavano la carta da lettere. Guai a pensare ad un atteggiamento poco imparziale da parte di Mattarella.

E lo stesso vale per Vincenzo Boccia, presidente di Confindustria. Che ora invoca dal governo politiche che tutelino tutti gli italiani e non solo gli elettori di Lega e Movimento 5 Stelle.

Giusto. Chissà perché Boccia non fiatava quando il governo degli amici suoi dava il via libera ai licenziamenti facili ed allo sfruttamento dei precari. Forse mancavano le pile del microfono.

Ovviamente nessuno si illude che Boccia e Mattarella siano super partes.

Uno è stato eletto per difendere una particolare categoria economica, l’altro è stato votato dal Pd per tutelare la propria parte.

Non c’è nulla per cui scandalizzarsi o stupirsi. Ma è fastidiosa l’ipocrisia di chi li rappresenta come divinità attente all’interesse collettivo.

Già sarebbe un miracolo se facessero il tifo per l’Italia anche attraverso i loro azionisti di riferimento. Se, cioè, i prenditori che hanno eletto Boccia tornassero a fare gli imprenditori. Se i politici del Pd fossero attenti agli italiani e non agli Juncker e Moscovici.

Quanto agli altri, quelli del cambiamento, sarebbe finalmente ora che cominciassero a cambiare qualcosa, invece di continuare a puntare su personaggi che rappresentano la continuità con il passato.

Sarebbe ora di archiviare le idiozie come i condoni per Ischia, sarebbe ora di mettere sul tavolo gli interventi promessi a partire dalle autonomie.

Il disgusto per gli esponenti del Pd che hanno rovinato il Paese a base di menzogne, servilismo e banalità, non può durare all’infinito.

Può essere definitivo il disgusto per la corte di Arcore affidata al liquidatore Tajani, ma il disgusto rischia di estendersi a chi difende gli abusi di Ischia, a chi non sa proporre un cambiamento culturale nelle Regioni che governa, a chi è pronto a ricandidare il peggio del peggio.

Il disgusto colpisce anche le strategie giuste – come quelle di politica estera in cui si è impegnato Salvini – ma che non vengono spiegate per mancanza di capacità nel comunicare a fronte di un accerchiamento mediatico che non può essere rotto affidandosi a cuori di coniglio.

E andrebbe spiegata anche la politica di alleanze internazionali con movimenti populisti che non perdono occasione per attaccare il governo giallo verde.


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