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La strenua e sacrosanta difesa del Made In Italy si scontra con una realtà che è sotto gli occhi di tutti ma alla quale pochi prestano attenzione, soprattutto per ciò che riguarda la laboriosa comunità cinese.

Gli infiniti ed incontrollati laboratori cinesi sparsi ormai ovunque, da Prato a Milano e da Roma a Napoli, producono merce a volte di dubbia qualità ma che può legittimamente fregiarsi del marchio Made In Italy perché realmente realizzati in Italia.

Anzi, prodotti sicuramente più italiani rispetto a molti capi di abbigliamento fabbricati magari proprio in Cina e riportati in Italia per rifiniture marginali che consentono però di ottenere l’etichetta ancora tanto ambita.

Alcuni anni orsono si era registrato il caso di alcuni capi di abbigliamento di una nota azienda italiana respinti alla dogana cinese poiché i capi erano stati realizzati a basso costo in Cina, portati in Italia per attaccare l’etichetta e riportati in Cina per essere venduti a prezzi assurdamente elevati. Pechino non aveva gradito.

Ora il problema non si pone solo per borse, accessori, vestiti prodotti dai cinesi nei laboratori italiani, ma anche per ogni altra merce. Se l’Italia esporta, come olio italiano, molto più olio di quanto ne produca; se esportiamo come pasta italiana quella ottenuta con grano canadese; se le procedure di imbottigliamento valgono più dell’origine della materia prima; allora possiamo attenderci che a breve vengano messe in commercio le cavallette o le larve Made In Italy, anche se gli animali arrivano dall’Asia.

Ma questo nella migliore delle ipotesi. Perché l’alternativa è un’altra, conseguenza delle logiche di sfruttamento di chi, in Italia, pensa che la qualità sia solo una parola vuota con cui fregare gli stranieri. E allora potrà succedere che i laboratori cinesi in Italia rinuncino all’etichetta nostrana e utilizzino una taroccata con la scritta Made In China.

Perché in molte parti del mondo la Cina sta diventando attraente grazie ad iniziative di soft power. L’Italia vive ancora sull’immagine di Sofia Loren, di Al Bano, di Pupo. Non su Fedez o Asia Argento. Sul mito del Drake Enzo Ferrari, non su John Elkann. E senza la capacità di rinnovare l’immagine di alta qualità, si rischia di essere soppiantati da chi paga i giovani per avere novità e qualità, per far conoscere e apprezzare in modo nuovo i lasciti del passato, per chi investe sui neolaureati per fare ricerca.

E lo stile cinese, che è connaturato a 1 miliardo e mezzo di persone, può diventare una moda apprezzata ovunque, con la forza dei numeri. Soppiantando il Made In Italy realizzato ovunque si possano sfruttare i lavoratori.


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