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Un ricatto? Un autogoal? O più semplicemente la palese conferma che troppi prenditori sono abilissimi ne mentire e molto meno bravi nel fare impresa?

Di fronte alle affermazioni dei vertici di Federmeccanica a proposito della possibile mancata conferma dei lavoratori a tempo determinato, si può propendere per la terza risposta. Condita da arroganza e malafede.

Dunque questi signori spiegano che un terzo delle aziende associate non confermerà i dipendenti precari.

In realtà la definizione corretta sarebbe che i prenditori si rifiutano di stabilizzare i dipendenti dopo due anni di precariato.

E Assolavoro, l’associazione delle agenzie private per il lavoro, sostiene che saranno oltre 50 mila gli addetti non confermati. Non a causa di incapacità, di comportamenti inadeguati, di scarsa voglia di impegnarsi. Macché, non riconfermati perché, dopo due anni, il decreto dignità prevede che il lavoratore abbia diritto ad un briciolo di sicurezza con un contratto a tempo indeterminato. Che non esclude licenziamenti successivi, ovviamente.

Ma per i prenditori non va bene. Loro vogliono precari a vita, da spremere come limoni per essere poi gettati via.

Una posizione magari ignobile, ma legittima.

Ciò che invece non è proprio tollerabile è la raffica di menzogne che accompagna questi atteggiamenti. Innanzitutto è chiaro che se un’azienda assume un lavoratore, anche a tempo determinato, è perché lo ritiene utile. Non per fare della carità.

E dopo due anni di precariato il dipendente è ancora utile o non serve più? Nel primo caso si è meritato un contratto regolare, nel secondo significa che l’azienda può lasciarlo a casa ma non ha bisogno di assumere un altro precario.

Oppure significa che l’attività formativa aziendale si è rivelata fallimentare.

Ed è curioso che il prenditore se ne accorga solo dopo 24 mesi. Nel corso dei quali i contratti a tempo sono stati rinnovati, evidentemente perché il precario lavorava bene.

Si vede, così, quanto siano false tutte le frasi retoriche sull’azienda come una famiglia, sul dipendente come collaboratore, sulla fatica dell’azienda nel formare giovani che escono dalla scuola senza una adeguata preparazione al lavoro. Se dopo due anni di formazione dei giovani li lasci a casa per evitare di assumerli con un contratto stabile, forse la tua formazione è di pessimo livello e non favorisce la crescita del lavoratore. O forse la formazione proprio non l’hai fatta.

Allora se le imprese italiane non sono competitive forse non è solo colpa della pressione fiscale (che è oggettivamente eccessiva ed immotivata in relazione ai servizi offerti) o della carenza di infrastrutture (reale anche questa), ma dell’incapacità di chi ha bisogno di schiavi o di dipendenti sottopagati per poter concorrere non solo sui mercati internazionali ma anche su quello italiano.

Investimenti? No, grazie. È più facile sfruttare.


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