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L’intendance ne suit pas.

L’amministrazione pubblica non segue la strategia politica, la direzione voluta dagli elettori.

Sarà perché a sperare nel ”suivra” non c’è più Charles De Gaulle, sarà perché la burocrazia italiana è una casta cresciuta come un cancro e, come un cancro, è difficile da debellare.

Ma il risultato è che in questo Paese anche le grandi idee, quando ci sono e se ci sono, devono fare i conti con la piccineria, l’arroganza, il sopruso dell’intendance.

Che non è solo quella di chi sta ad uno sportello e si confronta con i sudditi in coda, trasformando un diritto in una richiesta di un favore. È anche, e soprattutto, quella casta di funzionari che dovrebbero trasformare in atti concreti le indicazioni della politica; che dovrebbero rendere possibile l’applicazione delle leggi votate dal Parlamento. E che, invece, decidono autonomamente e senza alcun rapporto con il voto popolare, ciò che far realizzare e ciò che bloccare.

Ci sono mille modi per boicottare un progetto, una iniziativa, una legge. Ci si può affidare ai cavilli, tipico retaggio di un sistema borbonico spagnolo, o si può ricorrere all’assenteismo, al ritardo sistematico. Le pratiche vengono accantonate, dimenticate, ignorate.

Ma sbaglia chi si illude che questo avvenga solo ai piani bassi degli uffici ministeriali, regionali, comunali. Perché il pericolo maggiore proviene dai piani alti. Gli intoccabili sanno che i politici passano e loro restano.

A garantire lo Stato? No, a garantire il malfunzionamento dello Stato. Perché in questo malfunzionamento trovano posto i privilegi, i costi che crescono senza fine, i ritardi che portano all’emergenza e le emergenze che portano alla necessità di allentare i controlli. Con costi aggiuntivi e benefici per la struttura.

Una foresta di privilegiati anti italiani, una foresta che andrebbe radicalmente sfoltita ma i governi, compresi quelli del cambiamento, non hanno il coraggio o la capacità per intervenire. Forse perché non hanno persone giuste con cui sostituire i burocrati da cacciare.

Così anche le nuove nomine non cambiano nulla perché premiano chi ha dimostrato il giusto servilismo unito alla mancanza di coraggio. Gente che ha tradito e che è pronta a rifarlo. Cambiare qualcuno affinché nulla cambi.

E se l’Italia funzionasse, sarebbe un principio accettabile. Ma non funziona e la mancanza di cambiamento porta al fallimento.

Non è solo un problema del comparto pubblico. I vertici dei corpi intermedi, delle associazioni prenditoriali, delle organizzazioni sociali sono altrettanto se non ancor più responsabili del disastro italiano. Ma pensano di cancellare la propria inadeguatezza scaricando su altri i propri errori.


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