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Una maxi retata di politici regionali valdostani e di vertici del Casino di St. Vincent legati alla ‘Ndrangheta: la raccontava Manzini nel suo ultimo romanzo recensito la scorsa settimana, su Electomag, da Maria Infantino.

A volte la realtà, in Valle d’Aosta, assomiglia molto alle creazioni letterarie. Ovviamente un arresto non significa colpevolezza, non significa nulla. Ma quando a finire in manette è un consigliere regionale valdostano accusato di rapporti con la ‘Ndrangheta, qualche dubbio è inevitabile.

Anche perché i politici coinvolti sarebbero più di uno. E non solo politici. D’altronde sono anni che in Valle si vocifera di infiltrazioni della mafia calabrese. E non erano soltanto chiacchiere da bar ma anche moniti degli investigatori antimafia. Però, per arrivare agli arresti, non bastano le voci e neppure i moniti. Servono le prove e ci si augura che questa volta ci siano, anche se le polemiche sono subito arrivate.

È stato innanzitutto il sindaco di Aosta a smentire di essere stato contattato dagli emissari della ‘Ndrangheta perché, secondo le prime indiscrezioni, sembrava che avesse rifiutato l’offerta di voti in campagna elettorale. Una differenza sostanziale poiché, se avesse rifiutato, avrebbe avuto l’obbligo non solo di rifiutare ma anche di denunciare. In ogni caso il consigliere regionale arrestato era, in precedenza, assessore della giunta comunale con a capo l’attuale sindaco.

Ma l’arresto del consigliere regionale, dell’Union Valdôtaine, crea ora problemi alla nuova maggioranza che si era delineata dopo aver sfiduciato la leghista Spelgatti con il voto determinante di chi è finito in manette. Una questione di numeri, indubbiamente, ma anche una questione di sensibilità politica e morale. L’arrestato è innocente sino alla condanna definitiva, ma la Regione può essere governata in queste condizioni? Può avere ancora credibilità questa maggioranza? In Comune e in Regione nessuno ha mai avuto dubbi? Non proprio una garanzia di capacità.

Però scaricare tutte le responsabilità sui politici è ingiusto, oltre che squallido. È vero che per arrivare ad un arresto servono prove, ma per evitare di lavorare insieme, tra privati, con un probabile mafioso possono bastare i discorsi da bar. La Valle d’Aosta ha meno abitanti di un piccolo quartiere di Torino o Milano, tutti coloro che operano a certi livelli si conoscono mentre chi svolge mansioni di livello inferiore non interessa alle mafie. Possibile che nessuno sapesse? Possibile che tutti i dubbi sulle infiltrazioni della ‘Ndrangheta venissero raccontati ad uno scrittore come Manzini ma a nessun imprenditore valdostano?

Indubbiamente era più comodo far finta di niente. Occuparsi di affari senza farsi domande, senza ascoltare le chiacchiere da bar quando erano scomode. Era più comodo chiudere gli occhi di fronte a nomine, promozioni, commesse, accordi. Contavano solo i soldi. Sperando che anche la magistratura chiudesse gli occhi, che l’antimafia si occupasse d’altro. E sperando, adesso, che non si arrivi allo scioglimento della Regione. Quella che un tempo si definiva “Isola felice”.


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