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Non sono soltanto le menzogne che, ripetute più volte, si trasformano in verità. Anche le banalità ed i luoghi comuni mostrano la medesima tendenza. E poi, immancabilmente, si scopre che la realtà è molto ma molto diversa. Lo si è visto con l’annuale ricerca di AlmaLaurea sulla situazione occupazionale dei neolaureati.

Perché il tipico luogo comune ripetuto a iosa dalla classe dirigente italiana e dai suoi chierici è che in Italia ci sono pochi laureati, molti meno percentualmente rispetto alla media europea. Vero. E si prosegue sostenendo che questa carenza di laureati determina la scarsa produttività italiana e l’arretratezza in molti settori. Falso.

Altro luogo comune è la scarsa capacità di attrazione delle università italiane nei confronti dei docenti stranieri (vero) e di studenti esteri (falso).

Per questo è importante leggere la ricerca di AlmaLaurea non limitandosi solo ai titoli di comodo. Perché, ad esempio, il titolo di comodo è relativo alla elevata percentuale di neolaureati che trovano un’occupazione nell’arco di un anno dopo la tesi. Oltre il 71% per chi ha finito la triennale e quasi il 74% di chi ha ultimato la specialistica. Ma la realtà è un altra: si sono persi ben 17 punti percentuali rispetto al 2008. Inoltre sono drasticamente diminuiti i contratti di lavoro a tempo indeterminato mentre sono cresciuti quelli precari. Non proprio il massimo per convincere i ragazzi a sacrificarsi sui libri per almeno 3-5 anni.
Inoltre sono diminuite le retribuzioni e la metà di chi ha trovato un lavoro svolge una mansione che ha poco o nulla a che fare con gli studi.

E questa è la smentita più clamorosa alle classi dirigenti che sostengono di volere più laureati ma senza offrire un lavoro adeguato con una retribuzione decorosa. Non a caso la metà dei neolaureati è disposta a trasferirsi all’estero per poter svolgere un’attività in linea con quanto studiato e con un contratto che premi qualità e competenze.

Ma ogni laureato costa allo Stato italiano, e dunque ai contribuenti, almeno 2-300.000 euro. E sono soldi buttati ogni volta che un giovane va a lavorare in un altro Paese. Qui emergono anche i danni provocati dal luogo comune secondo cui gli studenti stranieri che frequentano l’università italiana, dopo la laurea si fermano nel nostro Paese e, dunque, rappresentano un valore aggiunto. Invece si scopre, ma lo si sapeva già, che la maggior parte dei laureati stranieri riparte subito dopo la fine degli studi perché fuori dall’Italia ottiene contratti migliori, stabili, più remunerati.

Dunque i contribuenti italiani pagano per far studiare i futuri ingegneri cinesi, gli architetti francesi, i medici inglesi, gli storici spagnoli. E in questa situazione qualcuno si meraviglia che l’Italia sia in fondo alle classifiche europee come iscritti alle università e, dopo gli abbandoni, come laureati.


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