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Quadri e sculture del periodo romantico alle Gallerie d’Italia di Milano; i macchiaioli alla Gam di Torino.

L’organizzazione culturale riscopre l’800 e, inevitabilmente, si è portati a fare confronti tra le due Italie.

Un confronto impietoso per l’Italietta odierna, nonostante le immagini ottocentesche riportino spesso una realtà nè comoda nè facile.

Un quadro, indubbiamente, riporta una interpretazione soggettiva, parziale. Ma anche le fotografie attuali non hanno nulla di oggettivo ed imparziale. Basta una inquadratura di un particolare, un taglio di luce per presentare una realtà completamente falsata.

In tutti i quadri delle due mostre, però, emerge un’Italia migliore, anche quando è povera, drammaticamente povera. I visi anneriti dei bambini spazzacamini, la fatica dei pescatori, i piedi scalzi di buona parte della popolazione meno fortunata sono segnali di una difficoltà economica reale. Ma emerge anche una dignità completamente sconosciuta a chi ora vive sdraiato su un divano in attesa di non si sa cosa, a chi si stravacca sui sedili della metropolitana con smartphone e cuffiette, a chi bighellona senza far nulla sperando in un sussidio pubblico.

La differenza abissale tra una povertà dignitosa e la desolazione del vuoto umano assoluto.

Forse è anche un problema di numeri. Nei quadri ottocenteschi le persone sono individui, non masse informi. C’è spazio tra i singoli o tra i piccoli gruppi. Il sacrosanto spazio vitale che consente una vita propria.

Ora tutti sono stretti e procedono nella direzione di massa, indirizzati dal pensiero unico obbligatorio trasformato in pastore di armenti.

Dai quadri di allora emerge comunque una felicità, una fiducia nel futuro. Eppure buona parte dei giovani ritratti era consapevole di poter morire in guerre che si succedevano a distanza di pochi anni. Mentre gli anziani erano reduci da mille battaglie e sapevano che avrebbero perso figli e nipoti nei conflitti successivi. Però la disperazione non prevaleva sul dolore.

Ora è la disperazione a dilagare. La maleducazione ostentata non serve a nulla, non è una provocazione nei confronti dei borghesi altrettanto maleducati, se non di più.

Si giustifica la rabbia, la frustrazione, la violenza in nome di un disagio che altro non è se non la conseguenza di questo voler giustificare tutto in nome della libertà individuale.

Gli scorci di Napoli presenti alle Gallerie d’Italia offrono l’immagine di persone eleganti ma non strafottenti, di poveri sorridenti e cordiali, di borghesi indaffarati.

È sufficiente osservare le differenze con i personaggi, di ogni ceto sociale, che affollano i servizi televisivi di Luca Abete su Striscia la Notizia per rendersi conto della differenza, del crollo di una società.

È evidente che servirebbe una nuova classe dirigente. A partire dall’ambito culturale, visto che si discute di quadri. I macchiaioli andarono in guerra volontari in nome dell’unità italiana, i futuristi andarono a morire volontari nella Grande Guerra, un poeta come Gabriele D’Annunzio rischiò la vita per mare e nel cielo di Vienna prima ancora di guidare i legionari a Fiume.

Pensiero e azione. Gli intellettuali odierni, protetti da scorte, non sanno cosa sia l’azione ed ignorano pure il pensiero.


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