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Ormai è diventato un mantra:

La priorità è il lavoro

Peccato sia una falsità assoluta come stanno dimostrando i dati relativi ad una frenata dell’economia globale.

La priorità non è il lavoro in sè bensì la dignità del lavoro e la sua adeguata remunerazione.

Invece, grazie al balzo indietro di 200 anni, con i mezzi di comunicazione controllati dal grande capitale come nell’Ottocento, si è fatta accettare una narrazione completamente diversa: non è importante quanto si guadagna e cosa ci si può permettere con salari indecenti, è importante solo avere una occupazione a prescindere da sfruttamento, insoddisfazione, precarietà.

Beh, non funziona. In nome della libera impresa e dei diritti assoluti dei prenditori e degli azionisti, si sono compressi i salari innanzitutto del ceto medio che è stato proletarizzato.

E poi si è provveduto a distruggere i diritti di tutti i lavoratori, sempre in nome del diritto al guadagno di azionisti e super manager.

L’errore, catastrofico, è stato quello di pensare che le nuove classi medie emergenti nei Paesi in crescita sarebbero state in grado di assorbire tutta la produzione mondiale non più destinata ad un sempre più esteso proletariato. Un errore perché il capitalismo di rapina ha progressivamente ridotto in ogni Paese la capacità di spesa del ceto medio ed i ricchi, sempre più ricchi, non erano sufficienti ad assorbire la produzione mondiale in continua crescita.

In questo scenario l’Italia brilla anche per la carenza di investimenti privati destinati all’ammodernamento delle aziende.

E diventa difficile essere competitivi sulla scena mondiale se l’unica strategia è rappresentata dallo sfruttamento della manodopera. Uno sfruttamento che altrove è anche maggiore, ma che è accompagnato da ingenti investimenti.

Non solo nei Paesi noti per l’elevato livello tecnologico, dalla Germania agli Stati Uniti, ma anche in Turchia o Serbia. Dove stipendi da fame, anche in rapporto al minor costo della vita, sono accompagnati dalla realizzazione di fabbriche d’avanguardia, robotizzate, dove industria 4.0 non è solo uno slogan.

Paesi che possono essere vincenti sul fronte dell’export ma che non possono assorbire merci straniere di qualità proprio per il basso livello delle retribuzioni. Se un operaio guadagna, a seconda dei Paesi, l’equivalente di 150-300 euro e spende i quattro quinti per sopravvivere a stento, è evidente che non potrà acquistare l’olio italiano, il vestito proposto da industriali italiani che vogliono più immigrazione per avere più schiavi da sfruttare, l’auto falsamente italiana magari fabbricata proprio in quei Paesi.

Eppure si prosegue su questa strada, indifferenti a tutto. Nella convinzione che sia sufficiente il calcio per far dimenticare i problemi, che bastino ignobili programmi tv per distrarre gli schiavi, che bastino giornali sempre meno letti per convincere che sia la strada giusta e che i prenditori ci sfruttino per il nostro bene.

Poi, però, in Francia esplode la rivolta dei gilet jaunes e qualche dubbio comincia ad emergere.

E dopo il dubbio inizia a serpeggiare il terrore tra gli sfruttatori che si accorgono dell’inutilità dei clerici dispensatori di narrazioni false e ben remunerate.

Anonymous ha smascherato alcuni incassatori di prebende per spacciare menzogne, ma ovviamente è vietato occuparsene e l’ordine dei giornalisti ignora il problema.


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