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L’agricoltura europea è di fronte ad un cambiamento epocale che dovrà tener conto dell’innovazione sempre più rapida e di un mutamento che vada in direzione di maggior qualità, di un ritorno dei giovani nei campi e del recupero delle aree disagiate a prescindere dai meri aspetti produttivi.

Sono alcuni elementi illustrati da Herbert Dorfmann, europarlamentare e membro della Commissione per l’agricoltura e lo sviluppo rurale, nel suo intervento a Montagnaga di Pinè nel corso del convegno sull’alimentazione organizzato dal think tank Il Nodo di Gordio.

Dorfmann ha ricordato che il bilancio agricolo dell’Unione europea vale 55 miliardi di euro, dunque un terzo del bilancio complessivo. Ma in buona parte dei Paesi europei il reddito medio degli agricoltori è più basso rispetto alla media generale. Perché una fetta consistente del prezzo pagato dai consumatori per gli acquisti alimentari non va a contadini e allevatori ma a chi opera nei servizi.

Servono dunque cambiamenti radicali nella gestione delle risorse ma l’europarlamentare ha sottolineato come non pochi risultati siano stati ottenuti negli scorsi anni.

Con notevoli differenze a seconda dei territori. In Trentino e Sud Tirolo, ad esempio, le aree marginali sono state valorizzate e sostenute, evitando lo spopolamento dei paesini di montagna. In altre regioni le Alpi e gli Appennini hanno subito lo spopolamento, evidentemente perché la politica locale si è dimostrata incapace o perché ha consapevolmente deciso di penalizzare i territori marginali e chi li abitava.

Per Dorfmann sono aree che non si trovano solo in montagna ma anche sulle rive del Mediterraneo o in area artica e vanno sostenute al di là del solo dato economico. Magari spostando alcuni capitoli di spesa. Dei 55 miliardi di euro a disposizione, ben 41 sono destinati al Primo Pilastro. “Ma se si tratta di un sostegno al reddito dell’agricoltore – ha affermato Dorfmann – ha senso mettere un tetto massimo. Perché regalare montagne di denaro a chi possiede 3mila ettari in Romania è diverso dall’aiuto garantito a chi ha pochi ettari in montagna”.

Ma anche l’aiuto va riconsiderato. Perché deriva dalle tasse dei cittadini europei che devono avere in cambio qualcosa.

Che cosa? “Un’agricoltura di qualità, sostenibile, che non inquini terra, acqua ed aria, magari anche con il ricorso alle innovazioni tecnologiche che rappresentano già il presente, più che il futuro”.

Trattori senza guidatore, macchine agricole che non disperdano nell’ambiente gli antiparassitari ma che lo distribuiscano esclusivamente sulle piante da trattare. Anche in questo caso a guida autonoma, dunque in grado di operare anche per la notte intera.

E poi serve la difesa della tipicità, dell’identità dei prodotti, della biodiversità. L’Europa è il primo importatore ed esportatore mondiale nel settore agroalimentare.

Dieci anni orsono, ha rilevato Dorfmann, eravamo importatori netti di alimenti dagli Stati Uniti, ora importiamo cibo per 9 miliardi ma esportiamo alimenti per 18 miliardi. Anche se il nostro formaggio costa 4 o 5 volte più di quello americano, ma viene acquistato lo stesso perché è più buono. Come si acquistano i nostri vini perché sono differenti, hanno alle spalle un territorio ed una storia. A differenza dei Cabernet omologati prodotti in America Latina o in Australia con l’obiettivo di essere uguali tra loro, per un gusto banale ma internazionale.


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