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Un libro è sempre utile, anche quando è pessimo. Non solo perché può essere utilizzato per non far ballare il tavolo, per appoggiare un bicchiere senza macchiare la superficie sottostante o per aggiungere colore alla libreria di casa.

Ma anche perché può offrire spunti di riflessione involontari. È il caso dell’ultima fatica di Paolo Brogi, “68 Ce n’est qu’un début.. Storie di un mondo in rivolta”, pubblicato da Imprimatur.

Nello scadente panorama dei volumi che hanno celebrato il cinquantenario del 68 e della contestazione, l’idea alla base del libro di Brogi era intelligente: raccontare un mondo che cambiava non attraverso i soliti interventi sociologici ma ricordando episodi che si erano verificati in varie parti del mondo, uniti dal fil rouge della ribellione ad un potere insopportabile.

Peccato che, quando si arriva all’Italia ed agli scontri di Valle Giulia, la mistificazione raggiunga vette elevatissime e, di conseguenza, renda poco credibile l’intero volume. Se le ricostruzioni sono di comodo in un caso, tutto l’impianto ne risente.

Però gli spunti di riflessione non mancano. Perché Brogi ha ragione quando sostiene che all’inizio della ribellione i giornali erano tutti schierati contro gli studenti. In realtà non proprio tutti, basta leggere i resoconti di quotidiani come Paese Sera. E non era certo l’unico.

Però nell’arco di pochi mesi, non di anni, la situazione si è ribaltata. Mentre le destre di allora che avevano non pochi periodici a disposizione sono state spazzate via dal dibattito politico. Ha pesato la scelta di campo di Almirante di schierarsi contro gli studenti, compresi quelli della sua area che erano stati in prima fila nelle occupazioni universitarie e negli scontri con la polizia. Ma soprattutto ha pesato – come ha ricordato recentemente Marco Cimmino – l’atteggiamento dei “destri” a livello individuale e famigliare. Mentre la sinistra piazzava i suoi ad insegnare nelle scuole, nella magistratura, nei giornali, in ogni organizzazione culturale, la destra puntava ad aprire negozi, alle carriere di avvocato, a studi da geometra. Salvo poi lamentarsi perché i centri decisionali in ogni ambito erano stati occupati dagli avversari che non garantivano l’imparzialità. Avendo preferito studiare poco per guadagnare subito e di più, i “destri” si sono persi il concetto di egemonia culturale gramsciana.

E ancora oggi le destre protestano contro una scuola che loro hanno ignorato, contro giornali che hanno saputo sopravvivere meglio di quelli di destra, contro case editrici che investono per lanciare i propri autori che mistificano la realtà. Invidia? Frustrazione per i propri limiti?

Ora comincia la stagione delle nomine e si potrà valutare la capacità di cambiamento. Quella che molti nuovi assessori delle destre non hanno assolutamente dimostrato.


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