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Nell’immaginario collettivo, creato ad arte dai disinformatori di professione, i ministri ed i parlamentari pentastellati sarebbero degli ingenui manipolati facilmente dagli scaltri leghisti.

La realtà che si sta delineando appare decisamente diversa.

Lo si sta notando con l’offensiva, sacrosanta, lanciata dal Movimento 5 Stelle contro quei funzionari ministeriali che, a partire dal settore finanziario, si stanno opponendo ad ogni cambiamento. Funzionari voluti ed imposti dai precedenti governi, ma in quei casi ai giornalisti di servizio sembrava del tutto normale. Se ora a scegliere i funzionari sono i nuovi arrivati, siamo davanti ad una sorta di crimine, di lesa maestà.

In compenso sulle nomine e sui cambiamenti si sta incartando la Lega. Troppo legata al carro di Forza botulino per avere il coraggio di rompere definitivamente con quel mondo di infimo livello dell’oligarchia italiana che ha portato il Paese allo sfascio.

Così da un lato si mantengono rapporti con rappresentanti di categorie che si rifiutano di investire, che si lamentano per politiche definite assistenziali e poi pretendono che tutte le risorse pubbliche siano destinate a loro per sopperire alla mancanza di coraggio e di capacità. Ma dall’altro lato si nominano in ruoli chiave dei personaggi assolutamente non adeguati.

Il modo migliore per arrivare in tempi rapidi ad una delusione generale. Non si può pensare di approfittare a tempo indeterminato dell’incapacità del Pd di rivolgersi agli italiani. Non si vive sempre e soltanto sugli errori altrui.

Le imminenti elezioni regionali permetteranno di valutare l’effettiva volontà di cambiamento ma i segnali non sembrano incoraggianti.

In Trentino si è imbastita una inutile polemica sul nome di un candidato in una lista alleata; in Sardegna solo Fdi ha avanzato la proposta di un candidato per la presidenza regionale; in Piemonte è Forza botulino a pretendere la presidenza ma non si sa ancora come possa essere bilanciata.

Nel frattempo anche dalle regioni già governate non arrivano grandi proposte di carattere strategico. Né per quanto riguarda l’economia né sul piano culturale. Che si tratti di università, di comunicazione, di centri culturali, di musei. E il cambiamento, in Italia, deve essere innanzitutto culturale, morale, intellettuale se si vuole che sia duraturo e non legato solo al fallimento di Renzi, Orfini, Boldrine e compagni. Invece non si crea una nuova classe dirigente e non si valorizzano le risorse migliori. Un errore, catastrofico, già fatto in passato.


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