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Lo spettacolo offerto dallo scontro in atto nella magistratura è disgustoso. Ma certamente quanto sta emergendo è tutto tranne che sorprendente. La politicizzazione della giustizia italiana non è certo una novità.

L’uso strumentale delle inchieste a senso unico, il rifiuto di applicare leggi chiarissime con la scusa della libertà di interpretazione sono una costante che non stupisce nessuno. Così come i legami strettissimi prima con il Pci ed ora con il Pd.

Il problema è se esiste una reale e concreta volontà di cambiare tutto ciò. Se esiste la capacità di procedere ad una riforma radicale. Già avere affidato il ministero della Giustizia al povero Bonafede dimostra che si preferisce non cambiare nulla se non aspetti marginali da dare in pasto all’opinione pubblica.

Ma anche un ministro capace e coraggioso, dunque non Bonafede, si ritroverebbe ad affrontare un ostacolo insormontabile: la politicizzazione effettiva dei magistrati. A prescindere dagli ordini che arrivavano dal Pci o dagli accordi eventualmente raggiunti con qualche esponente renziano del Pd. L’imparzialità è una pia illusione, la legge in Italia non è uguale per tutti. E mancano le possibilità di cambiare poiché la casta non è certo disposta a farsi sostituire.

La situazione attuale è la conseguenza della strategia vincente del Pci che aveva perfettamente chiaro il significato di egemonia. E che, con intelligenza e costanza, ha occupato non solo la magistratura ma anche le cattedre universitarie, le redazioni dei giornali, la tv, le case editrici, il mondo dello spettacolo e della cultura.

E grazie all’egemonia ed alla sinergia tra i diversi settori, ha escluso gli avversari che, nel frattempo, si dedicavano all’avvocatura, al commercio, a qualunque attività individuale che rendesse bene e subito. Salvo, poi, lamentarsi perché gli avversari cattivoni non erano imparziali nei tribunali, nell’informazione, nell’editoria, nella promozione delle arti.

Ed ora chi andrà a far parte del nuovo Csm? Sicuramente qualcuno che piacerà a Mattarella, ossia ad un presidente che non ha certo dato grandi esempi di imparzialità.


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