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Da settimane si sta sviluppando una polemica internazionale, partita dalla Gran Bretagna, sulla dittatura degli algoritmi. Il casus belli è stato originato dai voti assegnati agli studenti che hanno terminato le scuole superiori britanniche. Voti assegnati, appunto, dagli algoritmi e non dagli insegnanti. Secondo alcuni, infatti, gli algoritmi sarebbero stati predisposti sulla base dei pregiudizi di chi li ha definiti. E questo avrebbe portato a penalizzare le scuole meno prestigiose e, di conseguenza, i rispettivi studenti.

Sarà sicuramente vero, ed è inevitabile in ogni settore che chiunque sia impegnato ad indicare regole e criteri sia condizionato dalla propria visione del mondo. Ma non è solo una questione di algoritmi. In Italia, immancabilmente, le valutazioni degli studenti evidenziano una drammatica ignoranza generale (dalla matematica alla banale comprensione di un testo in italiano) proprio in molte di quelle scuole che, a fine anno, elargiscono votazioni altissime ad autentici somari.

Con il brillante risultato di rendere del tutto inattendibile il giudizio e di trasformare i ragazzi in paria quando provano a cercare un lavoro basandosi sul titolo di studio. Vale per le scuole superiori ma anche per le università. Esistono lauree in giurisprudenza, conseguite in alcune università, che garantiscono l’immediato rifiuto del neolaureato in qualsiasi colloquio per un’eventuale assunzione. “Dove si è laureato? Ah lì? No, non ha importanza il voto di laurea, si accomodi pure, le faremo sapere”. Cancellato. Ma la scena si replica per ogni tipo di laurea, cambiano solo le università incriminate. Non sarà un algoritmo a penalizzare gli studenti delle scuole sfigate, ma il comportamento dei docenti. I voti regalati, la preparazione scadente, la maleducazione degli allievi. Un complesso di fattori che esiste a prescindere dall’impostazione degli algoritmi.

Poi può anche essere vero che non tutte le scuole prestigiose si meritano la fama conquistata anche in modo non legato alla preparazione (investimenti pubblicitari, frequentazioni di figli dei potenti, iniziative extra scolastiche..) ma è sicuramente vero che le scuole che sfornano asini si meritano la sfiducia generale. Umana prima ancora che degli algoritmi. Ed è assolutamente ridicola la proposta di affidare a commissioni di esperti le valutazioni sui criteri degli algoritmi. Come se gli esperti non fossero comunque di parte, con una propria visione del mondo. E cosa dovrebbero fare gli esperti “imparziali”? Dovrebbero imporre di concedere valutazioni di favore alle scuole per somari? Dovrebbero far apprezzare per legge le lauree che non valgono nulla? Eppure basterebbe un briciolo di correttezza ed onestà. Basterebbe riconoscere che certi insegnanti non sanno insegnare e, dunque, possono fare altro nella vita. Basterebbe rimandare a casa chi va a scuola senza voler imparare. Basterebbe cominciare a punire la maleducazione che impera in certe classi. Perché dopo, in ogni caso, gli ignoranti maleducati vengono rifiutati dal mondo del lavoro. A prescindere dai voti regalati.


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