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Mens sana in corpore sano. Non c’è bisogno di scomodare i romani per avere conferme. Un ottimo libro di Massimo Beltrame, “Monte Rosa Valsesiano”, presentato ad Ayas racconta la conquista delle vette più estreme attraverso i ritratti degli alpinisti dell’epoca, italiani e stranieri.

Al di là della bravura dello scrittore, anche lui alpinista provetto, quello che può sembrare sorprendente è la biografia di chi rischiava la vita, con attrezzature che oggi farebbero inorridire, per conquistare cime, per superare colli impervi, per sfidare il ghiacciaio.

Ministri, grandi imprenditori, scienziati, letterati. In altri termini la classe dirigente dell’epoca, tra la fine del Settecento e l’inizio del Novecento. Con una concentrazione delle imprese più rischiose negli anni di pace. Sia perché la pace favoriva gli spostamenti degli alpinisti sia perché al rischio di morire in battaglia si sostituiva la sfida alla montagna.

Non da parte di ragazzini avventati, ma da parte di austeri ministri delle finanze, filosofi, medici, sacerdoti, ingegneri. Basti pensare, per l’Italia, a Quintino Sella, o per l’Inghilterra a John Reeves Ellerman, l’uomo più ricco del mondo in quegli anni ma capace di rischiare di continuo la vita in ascensioni oltre il limite dell’assurdo.

Ovviamente non vanno dimenticate le guide piemontesi, valdostane, svizzere. Ma guide coraggiose si trovano ancora adesso, ministri che affrontino imprese alpinistiche senza essere sollevati dalle guide come sacchi di patate se ne vedono di rado.
E se al posto delle scalate si considerano altre imprese davvero rischiose, il risultato non cambia.

Nei giorni scorsi il grande psichiatra Adriano Segatori ha scritto, su Electomag, della “Generazione fiocco di neve”, giovani imbelli che, tuttavia, replicano in peggio un esempio di pavidità della generazione precedente. Non si rischia più nulla in prima persona, al di là del denaro. Ma chiarendo in anticipo che un eventuale fallimento rappresenterebbe solo una tappa di nessuna importanza in un percorso di crescita.
Corpi molli, afflosciati come le menti.

Questa dovrebbe essere la classe dirigente italiana.

Non è un caso che il boom economico sia stato realizzato dalla generazione che usciva dalla guerra, da gente che aveva combattuto e rischiato la vita prima di occuparsi di aziende, di politica, di scienza, di arte, di spettacolo.

Qualcuno se lo immagina Gentiloni su un campo di battaglia o ad affrontare una parete alpina? Orfini? Brunetta? Tria? Romano Prodi era riuscito a farsi immortalare mentre aveva difficoltà ad infilarsi un casco da sci.

Certo, ci sono stati anche grandi personaggi con un fisico infelice, ma il parlamento italiano non assomiglia ad una fucina di nuovi poeti come Giacomo Leopardi.


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